LE GALLERIE RACCONTANO LA STORIA DALLE INCHIESTE IN TV

LE GALLERIE RACCONTANO LA STORIA DALLE INCHIESTE IN TV

E’ aperta fino al 5 marzo la mostra allestita dalla Fondazione Museo Storico alle gallerie di Piedicastello sul giornalismo d’inchiesta.

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Un genere di scoperta e di denuncia, spesso osteggiato e censurato, che si è evoluto insieme al mezzo televisivo, alle sue culture professionali, alla tecnologia utilizzata, al Paese stesso. Sessant’anni di inchieste televisive sono al centro del percorso espositivo  In Tv: l’Italia raccontata dalle inchieste del servizio pubblico , curato da  Raffaele Crocco, Michele Toss  e  Sara Zanatta  con la collaborazione di  Laura Strada.

Attraverso una selezione di grandi  inchieste  della Rai, le  testimonianze  di giornalisti e registi, da Ugo Gregoretti a Sandro Ruotolo, e i preziosi  oggetti  provenienti dal Museo della Radio e della Televisione di Torino, la mostra racconta per la prima volta l’evoluzione di questo genere televisivo.

Il percorso espositivo è diviso in quattro sezioni che raccontano ciascuna un modo di fare inchiesta in tv in diversi momenti della storia della televisione e della storia d’Italia.

I primi anni della televisione sono un viaggio per rendere visibile il Paese agli italiani e far sentire le loro voci. La  prima sezione –  Viaggia con lei  – è dedicata proprio alle inchieste che somigliano a reportage di viaggio, film a puntate trasmessi in televisione con l’obiettivo evidente di visitare mondi vicini eppure sconosciuti e documentare che le cose stanno cambiando. In mostra viene proiettata la prima puntata di  Viaggio nel Sud  di Virgilio Sabel (1958), un racconto corale di un Mezzogiorno sospeso tra arretratezza e dinamismo.

Solo verso gli anni Sessanta qualcosa cambia, l’attenzione si sposta sul “sociale”: non a caso il titolo della  seconda sezione  è  Rotocalco sociale . L’inchiesta televisiva inizia a raccontare davvero la società che abita il Paese: sono i protagonisti positivi e negativi del boom economico ad essere ripresi, con le loro contraddizioni, i problemi, i conflitti che attraversano una società più scolarizzata, più ricca, più stratificata. Il mezzo tecnico non cambia, resta lento e pesante, ma i giornalisti televisivi – ormai cresciuti professionalmente – cominciano a farsi spazio. Un giovane Enzo Biagi è la mente e il volto di un contenitore di inchieste destinato a fare scuola: in mostra vengono proiettati due servizi del suo  Rotocalco Televisivo  (1962).

I primi passi dell’inchiesta televisiva sono al centro di due testimonianze d’eccezione: i registi  Ugo Gregoretti  e  Liliana Cavani , intervistati di recente nelle loro case romane, parlano della nascita del giornalismo televisivo, di una stagione vibrante tra sperimentazioni e censura, del loro metodo di lavoro.

A partire dagli anni Settanta, e fino quasi alla fine della Prima Repubblica, l’inchiesta cambia pelle: nella  terza sezione  si fanno largo i  Giornalismi in prima linea . Da una parte, si impone lo studio come spazio dell’inchiesta televisiva, che di conseguenza si arricchisce del dibattito con ospiti; dall’altra parte, si iniziano a indagare le ragioni del malessere italiano, scoperchiando i disagi territoriali, gli intrecci fra mafia, politica e massoneria, le trame neofasciste e il terrorismo rosso, la corruzione. In mostra viene dato spazio alle inchieste di Giuseppe Marrazzo, vero interprete di un giornalismo investigativo come missione civile, e alla monumentale serie di Sergio Zavoli,  La Notte della Repubblica  (1989-1990) in cui gli anni di piombo vengono raccontati dalle straordinarie testimonianze dei protagonisti di una delle stagioni più buie della storia d’Italia.

Con gli anni Novanta, è la rivoluzione tecnologica a segnare il linguaggio dell’inchiesta:  Così leggera, così digitale , con riferimento alla telecamera, è il titolo della  quarta e ultima sezione . L’arrivo della telecamera portatile e del digitale consentono di lavorare da soli, di viaggiare leggeri, di spendere di meno. I contenuti dell’inchiesta diventano l’anima del lavoro giornalistico: se per decenni la qualità dell’immagine era stata determinante, fondamentale nel contribuire a tracciare la differenza fra inchiesta e normale  news  di telegiornale, ora sono lo scavo nei contenuti e il viaggio dentro e attorno ai fatti a contare di più. In mostra vengono proiettati una puntata di  Effetto Video 8. Professione reporter  (1994), trasmissione antesignana di  Report , e una di  Presa diretta  dedicata alla terra dei fuochi (2014).

La riflessione sull’evoluzione dell’inchiesta negli ultimi decenni è affidata a tre giornalisti in attività:  Riccardo Iacona , spiega lo stile di “Presa Diretta” e il lavoro di approfondimento che lo sostiene;  Sigfrido Ranucci , autore di  Report  insieme a Milena Gabanelli, racconta le sue inchieste più importanti, come il ritrovamento dell’ultima intervista a Borsellino e la scoperta del tesoro artistico di Callisto Tanzi;  Sandro Ruotolo , sotto scorta dal 2015 dopo le minacce ricevute dal boss dei Casalesi, Michele Zagaria, ci ricorda l’importanza dell’informazione nel combattere le mafie.

In ogni sezione, oltre alle inchieste proiettate in versione integrale, alle clip con le testimonianze dei protagonisti, alle fonti documentarie dedicate al genere televisivo dell’inchiesta e provenienti dalle Teche Rai, i visitatori e le visitatrici possono anche vedere  le attrezzature e gli oggetti  usati per “fare inchiesta”: telecamere, microfoni, monitor, apparecchi audio e postazioni di montaggio sono state gentilmente prestate dal Museo della Radio e della Televisione di Torino.

Fabio Bucciarelli, pluripremiato fotoreporter, ha catturato – a partire dalle inchieste televisive selezionate – momenti, volti, gesti che raccontano gli ultimi sessant’anni di storia italiana. Che si tratti dell’attimo in cui un individuo spara, di una mano tesa fuori da una cella, dello sguardo stanco di un bracciante, i suoi scatti diventano immagini iconiche del Paese, filtrate attraverso gli occhi del presente.