NEI PAESI FANTASMA DI VAL CARAZZAGNO

NEI PAESI FANTASMA DI VAL CARAZZAGNO

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Case disabitate nella frazione fantasma di Fumegai(foto Agh)

Tuffo nel passato nei borghi disabitati sopra il Lago Corlo – 24/03/2012

Questa settimana proponiamo una escursione insolita e molto particolare: un tuffo nel passato nei paesi fantasma di Val Carazzagno. Un viaggio tra antichi borghi deserti, dove il tempo sembra essersi fermato.

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Carazzagno, valle dimenticata

Prendo a prestito le belle parole del sito Magico veneto: Carazzagno, una valle dimenticata e abbandonata, aggrappata sulle alte sponde del Lago del Corlo, nasconde tesori della natura e contrade morte, dove la struggente tristezza e la nostalgia del tempo e del mondo perduto trafiggono il cuore. Un gruppo di case abbandonate da decenni, la vegetazione che cerca di riappropriarsi di quei poveri spazi, un erboso sentierino che non percorre mai nessuno e la tristezza che ti sale lenta, ma sempre più profonda e stringente. E’ un tuffo nella storia di fine ottocento e del primo novecento, fatta di pellagra e miseria, di lavoro gramo e menti annebbiate dal vino e dal fumo, ed anche di menti allenate all’intelligenza sopraffina necessaria per la dura sopravvivenza. Da qui partirono i giovani che emigrarono nelle Americhe e fecero fortuna con l’intelligenza ed il tanto lavoro, qui restarono solo pochi vecchi e poi non restò più nessuno. Improponibile la nostra cività in un luogo così inaccessibile e fuori del mondo. Qui si sopravviveva in simbiosi con gli animali domestici, le mucche, le capre, i maiali e le galline. Ovviamente, ad aumentarne l’isolamento, non esisteva il ponte sospeso su corde ed il lago artificiale, opere del secondo dopoguerra. La contrada più vicina è Forzeleta, ora affacciata sul lago di Corlo. Un posto come questo ha la fortuna di essere rimasto intatto, anche se molto malconcio, e può restituirci l’emozione di toccare con mano quelle che sono le nostre radici autentiche e più profonde di essere veneti. Molte di queste contrade sorsero durante l’infuriare delle invasioni barbariche, chi si rifugiò in laguna, chi cercò scampo tra queste lande sperdute ed inaccessibili. E tra questi anfratti miseri di risorse e difficili per la sopravvivenza, sbocciò una civiltà che durò oltre un millennio. E’ la nostra storia più autentica questa. Quando te ne vai da una contrada come questa l’unica sensazione che ti rimane dentro è il sentirti un povero orfano della tua storia e delle tue radici.

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Percorso

Oltrepassato il ponte sugli orridi del Lago del Corlo, inizio a salire per un bel sentierino lastricato, molto probabilmente la vecchia via. Arrivo al bivio per Val Carazzagno e imbocco la stretta forestale invasa dal ghiaccio che si inoltra in una angusta e gelida forra. La temperatura precipita. Risalgo per la stradella passando accanto ad alcune case abbandonate, ma almeno finalmente esco dalla zona d’ombra e raggiungo il sole. Dopo qualche km abbandono la strada presso un tornante per seguire un bel sentierello senza indicazioni, che mi porta, con crescente emozione, alla frazione disabitata di Fumegai. Intravvedo le prime case tra la vegetazione fitta, seguendo il sentiero che si inerpica tra due file di alberi contorti. La prima casa è quasi diroccata. Le porte sono aperte. Provo a entrare con circospezione, i pavimenti in legno potrebbero crollare. C’è una cucina con ammassate masserizie varie, mobili, sedie, roba fracassata, il grande camino per il fuoco. Sui muri vedo con una certa sorpresa dei bei dipinti, uno addirittura con scritte in arabo (quindi abbastanza recenti, queste contrade furono abitate abusivamente da alcune comunità di “figli dei fiori”, in seguito da altre persone “strane”. Provo a salire al piano di sopra: ci sono le stanze da letto con letti malmessi, tendaggi smandrappati, infissi sfasciati. Qua e là qualche scarpa rotta. Chi abitava qui sembra sia fuggito precipitosamente solo da qualche giorno. Salgo ancora per una stretta scala in legno ai piani superiori: altre stanze, poi la soffitta con vecchi attrezzi. Scendo, esco e vado incontro a un gruppo di case un poco più in alto, alcune sono crollate. Entro con molta attenzione, i muri pieni di crepe sembrano assai pericolanti e non c’è da fidarsi troppo. Entro in cantine invase da attrezzi e mobili vecchi,vecchie stalle con ancora le mangiatoie. C’è una cucina col grande camino, vecchie riviste buttate in un angolo: ne sfoglio qualcuna, ad occhio avranno una trentina d’anni. Buttato in un angolo, un pezzo di libro, evidentemente usato per accendere il fuoco: “Diario della fame” di A. Frescura (scoprirò su internet che la prima edizione è del ’32). Cerco di immaginare chi abitasse queste sperdute frazioni, e come vivesse in questi luoghi isolati da tutto. Continuo l’esplorazione del piccolo borgo fantasma. C’è una vecchia fontana senz’acqua, con incisa una data: 1900.

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La casa dipinta

Una casa mi colpisce in particolare, con un bel ballatoio invaso da edere rigogliose. Al pianoterra ancora vecchie cucine semidistrutte, masserizie sfasciate, stanze da letto con materassi sventrati, stalle e cantine ingombre di vecchi attrezzi rotti. Salgo inerpicandomi per una ripida e scricchiolante scala in legno. Con molta prudenza mi avventuro sul ballatoio in legno, sperando che regga. Tra sinistri scricchiolii mi affaccio infine su una stanza dove rimango a bocca aperta: è tutta decorata con scritte e disegni! Non sembrano vecchissimi, ma sono molto belli, con uno stile molto naïf, e danno a quella strana stanza un’atmosfera quasi magica. Forse questi disegni sono di quei “figli dei fiori” che hanno abitato qui tra gli anni ’60 e ’70.

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Rientro

Proseguo il cammino abbandonando l’antica contrada di Fumegai per salire per un’erta valle invasa da una vegetazione lussureggiante e invadente che avviluppa ogni cosa. Qua e là altri ruderi ormai sepolti nel bosco fitto: c’è da chiedersi chi diavolo abitasse in posti simili, e per fare che cosa. Il sentiero si perde mentre cerco di di raggiungere i Casoni Bassani, altra frazione abbandonata. Prendo vari sentierelli che si perdono nella boscaglia, o vanno nella direzione sbagliata. Taglio su per il bosco, il sentiero non c’è più, fatico come una bestia risalendo e attraversando intrico di vegetazione. Arrivo sotto a Contrada Bassani (così credo, invece sono salito fino a Rorat come mi accorgerò poi a casa guardando la traccia gps) ma ci sono dei terrapieni con muri a secco alti due metri e rovi dappertutto. Alcuni muri riesco a superarli, altri li devo aggirare con giri viziosi e faticosi. Raggiungo finalmente il gruppo di case: qui però ci sono lavori e ristrutturazioni in corso. Non c’è nessuno in giro ma sicuramente qualcuno ci viene di frequente l’estate, nei fine settimana. Non ci sono strade, solo sentieri. Ci sono altre case sparse lungo i costoni della valle, più o meno abbandonate. Ormai sono già le 16.00 ed è ora di rientrare. Prendo un bel sentierello che mi riporta sul sentiero n 7 che scende alla Forzeleta. Quindi col buio incombente affronto una faticosa discesa per uno scomodo sentiero sassoso coperto da un letto di foglie alto 30 cm. Con molta prudenza calo di quota fino alla passerella che supera la gola sulle acque scure del lago di Corlo, riportandomi alla macchina che è ormai buio. Bel giro, non lungo (circa 12 km) e con dislivello modesto (circa 600), si può fare anche in mezza giornata. E’ una una specie di tuffo nel passato che fa riflettere.

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testi e foto di
Alessandro Ghezzer
(Agh)

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Dello staff escursioni fanno parte Francesca Tomaselli, maestra di sci, maestra di telemark, già campionessa Italiana di telemark e corsa d'orientamento; Giuliano Pederiva maestro di sci, istruttore nazionale di telemark, accompagnatore di territorio, soccorritore alpino e fondatore di telemark Snow Events. Coordina lo staff Alessio Migazzi, imprenditore nei settori marketing e comunicazione e soccorritore alpino.