PICCOLO COLBRICON m 2511

PICCOLO COLBRICON m 2511

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Il Colbricon, teatro di spaventose battaglie durante la Grande Guerra (foto Agh)

Escursione “storica” sulle tracce della Grande Guerra in Lagorai – 23/09/2004

Dopo l’escursione “storica” lungo la linea del fronte della Grande Guerra sulla panoramica Cavallazza, proponiamo un altro itinerario sul vicino Colbricon, teatro di durissimi combattimenti tra italiani e austriaci. Sulle due vette del Colbricon si condusse un’aspra guerra di posizione, resa ancora più dura da quella che fu chiamata la guerra di mine. Quest’ultima si basava sullo scavo di gallerie sotterranee e il successivo minamento delle posizioni avversarie. Sulla vetta del Colbricon, in particolare, è ancora visibile parte della galleria scavata dagli italiani per far saltare le difese avversarie.

Sulle tracce della Grande Guerra

La bellezza dei luoghi è turbata dalla presenza, ben visibile ancor oggi a distanza di quasi 100 anni, di centinaia di trincee aggrovigliate, fortificazioni, gallerie nella roccia, caverne, camminamenti, filo spinato: per terra schegge di bombe e granate a migliaia. Nelle trincee si trovano ancora le scatolette arrugginite del rancio, suppellettili, cartucciere, fibbie, suole di scarpe, appartenuti a poveri soldati mandati al macello, a “color che da opposte sponde per un pugno di sassi hanno pagato la lor vita”, come dice una poesia di Sergio Brighenti.

PICCOLO COLBRICON m 2511 Itinerario n. 1
quota massima m 2511
lunghezza km. 15 circa
dislivello m 880
partenza e arrivo quota 1630 al 1° tornante strada P. Rolle
sentieri strada forestale, tracce
difficoltà EE – escursionisti esperti
tempo 1 giornata
mappa Kompass 622

Il Colbricon, teatro di spaventose battaglie durante la Grande Guerra (foto Agh)
Malga Colbricon: sullo sfondo Cima Bocche m 2745, una "classica" dello sci alpinismo (foto Agh)
Salendo sul Piccolo Colbricon con lo sfondo maestoso delle Pale di S. Martino (foto Agh)
Cavalli al pascolo alle Buse dell'Oro (foto Agh)
A sinistra le due cime di Colbricon, a destra forcella Ceremana (foto Agh)
Trincea austriaca sul Piccolo Colbricon, sullo sfondo la bastionata sud della Marmolada (foto Agh)
Forcella Ceremana, baracche austriache agosto 1917 (f. Grande Guerra)
Forcella Ceremana oggi, fotografata dalla stessa angolazione (foto Agh)
La copertina della "Domenica del Corriere" dedicato alla conquista italiana del Cauriol il 29 agosto 1916 (da Grande Guerra sulle Dolomiti)
Camminando verso Forcella Ceremana, sullo sfondo il Piccolo Colbricon (foto Agh)
Ricovero scavato nella roccia (foto Agh)
Trinceramento verso Val Travignolo (foto Agh)
Le schegge a terra sono migliaia (foto Agh)
Caricatori di pallottole per fucile (foto Agh)
Passo Lusia in primo piano, sullo sfondo le Dolomiti (foto Agh)

Descrizione

Percorso storico-naturalistico di grande fascino, che risale il grande acrocoro roccioso a nord del Piccolo Colbricon m 2511, caposaldo austriaco durante la Grande Guerra. A parte i primi chilometri iniziali da Malga Colbricon, non ci sono sentieri o indicazioni e si sale liberamente per tracce, comunque con percorso facile e intuitivo, fino alle vetta. Da una stretta forcella poco sotto la cima si cala all’ampia insellatura sottostante (forcella Colbricon) e quindi si scende per il grande vallone a nord est di Cima Stradon in direzione del passo Colbricon dove, intercettato il Sentiero della Pace, si chiude l’itinerario ad anello per rientrare a Malga Colbricon e al parcheggio, per il medesimo itinerario dell’andata.

Percorso

La nostra escursione inizia a quota 1630, precisamente 2 km fuori dall’abitato di Paneveggio salendo in direzione del Passo Rolle: si lascia l’auto in prossimità del primo tornante, nei pressi del bivio con una strada forestale che si inoltra nel Parco di Paneveggio – Pale di S. Martino. Si segue la comoda forestale fino ad incontrare delle casette in legno della forestale, quindi si prosegue brevemente fino alla ex Malga Colbricon m 1838.

La salita al piccolo Colbricon

Dalla Mlaga Colbricon, guardando a ovest sul costone soprastante, si vede bene il sentiero che si prende poco più avanti, piegando a destra: lo si percorre per circa 2 km, sempre in direzione ovest, fino ad arrivare ad una serie di caverne, residuato della Grande Guerra, che dominano la valle sottostante. Nei dintorni resti evidenti di trinceramenti. Da questa posizione panoramica si intravede nel bosco il Lago di Paneveggio e il soprastante Forte Dossaccio, sullo sfondo il Passo Lusia con le Dolomiti. Si prosegue brevemente sul sentiero fino a raggiungere la modesta dorsale (quota 2029) in corrispondenza della terza caverna: di qui si sale su percorso libero in mezzo a un bel bosco rado di abeti, larici e cirmoli. Verso ovest, in basso verso le Buse dell’Oro, si scorge il nuovo Rifugio Forestale a m 2045.

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Carlo Orelli (sdraiato a sx), l’ultimo fante della Grande Guerra (dal sito di Mario Ravasi)

Ricordo della Grande Guerra

“Voi non avete la minima idea del suono che fa un obice austriaco da 420”.Lui sì. “E’ tutto diverso da quello che immaginate”. Gli rimbomba nelle orecchie da quasi un secolo. Aveva vent’anni, oggi ne ha 109, è il decano della Grande Guerra. “Non è come nei film. Il cannone non fa: bum. Troppo distante dalle trincee. Il cannone fa piuttosto un brontolio, un rombo lontano, poi un sibilo sempre più forte, più vicino. Il proiettile sta per arrivare. A volte non esplode subito. Altre volte non esplode mai. E’ la lotteria della morte. Un mio amico di Napoli si era sempre salvato proteggendosi dentro un tubo di cemento. Spuntavano solo le gambe. Centrate da una cannonata. E’ morto dissanguato.”
Carlo Orelli è la voce più antica, la memoria più remota della Prima Guerra Mondiale. Voci che si stanno spegnendo. Restano in Italia poche decine di cavalieri di Vittorio Veneto. Alcuni sono donne, crocerossine della Carnia. Altri sono ragazzi nati nel 1900, che non spararono un colpo. I combattenti non sono che un pugno.
Carlo Orelli è l’unico che possa raccontare il 24 maggio 1915 da soldato.“La guerra era un finto segreto. Sapevano tutti che sarebbe stata dichiarata. Io ero di leva a Capua, in fanteria. Ci portarono a Napoli, e da lì in treno verso il fronte. Terza armata, brigata Siena, 320 reggimento, 3a compagnia. L’ordine era di avanzare con cautela in territorio austriaco. Sagrado. L’Isonzo. Il Carso. Il nemico si era ritirato. Entravamo nelle case vuote, chi aveva preso le piattole cercava vestiti di ricambio, a volte vestiti da donna. I combattimenti scoppiarono presto. L’avanzata si fermò nell’estate. Cominciarono gli assalti. Il massacro della trincea delle frasche.Nella mia brigata c’erano soldati di ogni parte d’Italia, contadini del Sud che non sapevano né leggere nè scrivere, ma non si lamentavano mai. Morivano in silenzio. I più coraggiosi, “i sardagnoli”, i sardi. Contro la trincea delle frasche si sgretola il meglio dell’esercito italiano. Un giorno siamo usciti all’assalto in 330. Siamo tornati in 30. Non so come mai a me non è toccata. La sera prima dell’attacco portavano in prima linea il liquore, ma io non l’ho mai bevuto. Quella roba faceva passare la paura ma toglieva lucidità, dopo ti buttavi avanti urlando “Savoia!”, e morivi. Dall’altra parte urlavano “Hurrah!”, e morivano.”

Tratto dal sito di Mario Ravasi

Ci si alza gradualmente e facilmente di quota incontrando moltissimi resti di trincea: la vegetazione ad alto fusto si fa più rada e così si hanno finalmente le visuali libere verso la valle del Travignolo, il Passo Lusia, il Passo Rolle con il Castelaz, le Pale di S. Martino. L’anfiteatro roccioso sale per facili placche fino alla vetta, disseminato di fortificazioni e trinceramenti. In questa zona le trincee del nemico distavano poche decine di metri una dall’altra, gli attacchi erano incessanti con continui arretramenti e avanzamenti, bombardamenti, assalti alla baionetta, con massacri spaventosi per conquistare posizioni poi magari perse dopo poche ore. Camminando a caso tra le trincee ma anche nei dintorni, si trovano schegge a migliaia, talvolta anche di grosse dimensioni. Numerose sono le caverne, molte crollate (chissà cosa c’è sotto), i ricoveri, i resti di baraccamenti. Moltissime le scatolette di carne arrugginite tra i sassi, i caricatori di proiettili, i frammenti di suppellettili, le tettoie di lamiera contorta. Dalla cima, a 2511 metri, il panorama a 360° è a dir poco spettacoloso: proprio di fronte, a sud est, il Colbricon, teatro di orrende carneficine, poi l’enorme selvaggia placconata rocciosa delle cime del Lagorai che digrada verso Fiemme e si perde verso ovest: le aspre Cime di Ceremana con la forcella omonima, le Cime di Bragarolo e in lontananza la massiccia piramide di Cima Cece, la vetta più alta del gruppo coi suoi 2754 metri. A nord la catena di Cima Bocche, a est la dorsale della Cavallazza e dietro la spettacolare barriera corallina delle Pale di S. Martino.

La discesa

Il Piccolo Colbricon ha la forma di un grande cuneo inclinato verso l’alto, che culmina nell’affilata cima rocciosa con pareti strapiombanti. L’unico lato accessibile con facilità è quello nord, che digrada verso la foresta di Paneveggio. Dalla cima si diramano due dorsali ben distinte, una a nord est e l’altra a nordovest, i cui margini verso l’esterno presentano notevoli e quasi inaccessibili dirupi. La sola eccezione è un ripido ma breve canalino franoso poco a ovest della cima e circa 50 metri più in basso, che permette un passaggio abbastanza agevole alla sottostante Forcella Colbricon m 2420. In alcuni tratti c’è anche un cordino di acciaio, con buona parte degli ancoraggi però distrutti da frane. Dalla forcella si prende il sentiero 340 che cala facilmente fino al Passo Colbricon (1908): di qui si rientra per il Sentiero della Pace a Malga Colbricon, attraversando una bellissima radura pianeggiante (la Strella) con un sinuoso torrentello, quindi fino al parcheggio per la stessa strada forestale dell’andata.

Concludiamo questa puntata dedicata al Piccolo Colbricon con un ricordo della Brigata Calabria, che combattè durissime battaglie su queste cime. Ringraziamo il sito www.cimeetrincee.it e gli autori Fabrizio Cece ed Euro Puletti per la concessione della documentazione. Il brano che segue è tratto da Soldati contro montagne di Adone Bettega, Ed. Rossato.

La Brigata Calabria sul Piccolo Colbricon

Secondo i piani del Comando d’Armata, l’attacco lungo la testata di val Travignolo doveva avvenire con ben quattro battaglioni, suddivisi in due colonne. La sera del 19 (1916), disturbati non poco da un violento temporale, i battaglioni della brigata Calabria iniziavano la loro marcia di avvicinamento all’avversario, raggiungendo, a notte fonda, le seguenti posizioni: quota 1832 (nord-ovest di malga Juribello) e malga Costoncella, con i battaglioni II e III/60° fant.; pendici nord del Castellazzo con il III/59° fant., e il declivio settentrionale della Cavallazza con il II/59° fant. (in collegamento con il ” Nucleo Ferrari” giunto su cima Tognazza). Indisturbata, la punta avanzata dello schieramento italiano era riuscita a portarsi alle spalle del presidio austriaco di cima Cavallazza e del passo di Colbricon. Fermi sulle posizioni raggiunte, i soldati della Calabria trascorsero altre 24 lunghissime ore; nelle loro orecchie uno spaventoso rumore di battaglia proveniente dalla vicina Cima Bocche, confermava che lassù qualcuno stava già morendo. Il mattino del 21 una violenta scarica d’artiglieria d’ogni calibro si riversò sulle posizioni occupate dagli austro-ungarici comprese fra la Cavallazza, il passo di Colbricon, la cima omonima e le retrovie di val Travignolo.

L’avanzata della brigata Calabria lungo la testata di val Travignolo non trovò nessun impedimento di rilievo. Obiettivo di questa nuova fase operativa, l’ampio acrocoro roccioso posto a nord del Piccolo Colbricon e sul quale i cacciatori del cap. Binder (23° battaglione) avevano trovato la loro nuova collocazione difensiva. Piccolo Colbricon (m 2511), Cima Stradon (m 2328) e quote 2187 e 2029 delle Buse dell’Oro, i nuovi capisaldi di questa formidabile linea trincerata che, pur priva di grandi opere, trovava la propria forza nelle caratteristiche del terreno. La brigata Calabria si apprestava a trovare un “nuovo Col di Lana”. Primo obiettivo da raggiungere, l’altura di quota 2029, contro la quale furono lanciate le compagnie 10a, 11a e 12a del III/60° fant. e tre sezioni mitragliatrici. L’avanzata si dimostrò fin da subito molto difficoltosa; ben presto alle complessità del terreno sul quale le truppe erano costrette a procedere, si aggiunse il disturbo operato da ben nascosti cecchini, tutt’altro che intenzionati ad arrendersi. Man mano che le avanguardie si spingevano verso l’alto, il fuoco d’interdizione nemico aumentava, fino a raggiungere un’intensità e una precisione tale da impedire qualsiasi movimento. Incaricato, questa volta, di oltrepassare quota 2029 e di puntare risolutamente alle alture sovrastanti la valletta percorsa dal rio delle Buse dell’Oro, il III/60° fant. (colonna di destra) riuscì, a prezzo di gravi perdite, a spingersi sino alla base delle rocce di quota 2022 a cavallo del ruscello, dove però fu costretto ad attestarsi. Contrattaccati violentemente gli uomini del magg. Ameri dovettero retrocedere alquanto. Purtroppo per gli italiani, proprio in quelle ore stava completandosi l’ammassamento in val Travignolo dei tanto attesi rincalzi austro-ungarici. Nei giorni successivi, solamente l’estrema ala sinistra della Calabria (I/59° fant.) proseguì le proprie proiezioni offensive. Tuttavia, al mattino del 26, dopo una breve, ma violenta preparazione d’artiglieria, le unità italiane ritornarono in massa all’attacco. Fu una giornata terribile. Improvvisamente, dopo gli ultimi colpi di cannone, dal folto della foresta fecero la loro comparsa folti gruppi di soldati italiani; al grido di “Avanti Savoia” decine di giovani, con fucile e baionetta, tentavano coraggiosamente di risalire il pendio, sfidando la morte. Un battaglione (II/60° fant.) si lanciò addosso al filo spinato di quota 2029, ancora perfettamente intatto, ma il gracchiare delle mitragliatrici austriache ne frenò progressivamente la corsa. Falciate a bruciapelo, le avanguardie di quell’imponente massa d’attacco dovettero ben presto arrestarsi e ritirarsi. Ma la veemenza italiana era ben lungi dall’esaurirsi, tant’è che, dopo il preciso fuoco di due bombarde e l’esplosione di alcuni tubi di gelatina, che causarono un ampio squarcio nel reticolato, attraverso il varco e al grido fatidico di “Savoia” i bravi fanti della 6a e 9a compagnia irruppero sui difensori delle rocce (nei pressi della quota austriaca 1997), facendone strage e catturando 63 prigionieri tra cui 2 ufficiali ed una mitragliatrice.

Nonostante ciò, il successo conseguito non portò a nient’altro. Colpiti infatti dagli shrapnel, attaccati da forze ingenti e superiori e bersagliati da ogni parte dal violento fuoco delle artiglierie avversarie, i pochi superstiti delle due compagnie dovettero ripiegare sulle primitive posizioni. A fronte di centinaia di morti, la brigata Calabria non pervenne ad alcun risultato importante e le rispettive linee rimasero sostanzialmente immutate. A sera, l’operazione venne sospesa. Durante quel drammatico giorno, la brigata aveva perso 631 uomini.

testi e foto di
Alessandro Ghezzer
(Agh)

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Si ringrazia il sito www.cimeetrincee.it e gli autori Fabrizio Cece ed Euro Puletti per la documentazione
* foto tratte dal cd-rom “La Grande Guerra sulle Dolomiti” di Luciana Palla