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Valle di Fiemme
21 luglio 2001
 
La Catena del Lagorai (foto Agh)

Siamo oggi in Valle di Fiemme, nel Trentino orientale. Siamo qui perché ci è piaciuta molto l'idea di una originale iniziativa dal titolo "Vivere il bosco in Val di Fiemme". Noi di Girovagando non potevamo non venire a curiosare. Chi c'è nel bosco? Cosa si fa nel bosco? Da queste due domande -apparentemente banali- del sottotitolo si sviluppano varie tematiche che riguardano una delle più grandi ricchezze della valle, cioè i boschi. La gestione e la tutela di questo grande patrimonio naturalistico, ma anche economico, ha radici storiche antiche: risale infatti al medioevo, intorno al 1100, l'istituzione denominata "Magnifica Comunità".


Lo stemma della Magnifica Comunità di Fiemme
 
Michele Barcatta, segretario organizzativo dell'Apt della Valle di Fiemme, ci dà il benvenuto (foto Agh)
 
La Magnifica Comunità di Fiemme

Oggi, come allora, gestisce il suo vasto patrimonio forestale con particolare attenzione al mantenimento della qualità dei boschi, a cui provvede con proprio personale. Il bosco è come un organismo vivo, che cresce in continuazione. Per mantenerlo "in salute", e poterne sfruttare le ricchezze senza impoverirlo, si realizzano i cosiddetti "piani economici" con i quali è possibile stimare l'entità del patrimonio boschivo e, di conseguenza, stabilire dei tagli programmati. "Come si fa a sapere quanti alberi ci sono in un bosco?" si chiederà qualcuno. È molto semplice. Si contano! Tutti, uno per uno! Non ci credete?


Boschi a vista d'occhio: solo a 1800-2000 metri l'abete rosso lascia spazio al larice e al pino cembro, che riescono a crescere ancora più in alto (foto Agh)
 
I boschi

Chi scrive ha partecipato, quand'era un ragazzetto, come lavoratore stagionale, ad alcuni piani economici proprio in Val di Fiemme. Funziona grossomodo così: le montagne sono divise in particelle numerate di circa 15-25 ettari ciascuna (sono quei segni azzurri che si vedono ogni tanto sugli alberi, sono cioè i confini della particella). Una squadra di 4-5 persone, più un caposquadra, si inoltra nella particella assegnata misurando con un grande calibro (cavalletto dendrometrico) tutti gli alberi al di sopra di un certo diametro (15 centimetri se non ricordo male). Ogni albero viene segnato sulla corteccia con uno speciale raschietto per evitare doppie misurazioni. Il lavorante misura e urla "2", "4" "larice 5!" al caposquadra, che annota mano a mano il tipo di pianta -abete, larice, pino cembro eccetera- e il relativo calibro. Ovviamente ci sono parecchie squadre che battono contemporaneamente la montagna, ognuna con un certo numero di particelle assegnate. Ricordo soprattutto che era un lavoro massacrante. Il ruolo di caposquadra, il meno faticoso, era sempre assegnato ai valligiani con la scusa che conoscevano i posti: i "braccianti agricoli" invece -così eravamo inquadrati-, cioè noi che scalcagnavamo sulle montagne per misurare le piante una ad una, col calibro, erano spesso "cittadini", cioè studentelli che durante l'estate facevano questo lavoro per tirare su qualche lira.


Un "cavallettatore" al lavoro: ogni albero è misurato, uno ad uno, con un grosso calibro, quindi segnato con un raschietto. Il diametro viene riferito al copasquadra, che lo annota su un quaderno
 
Quanti alberi ha segnato il caposquadra? La risposta è 18! Nella figura abbiamo sei alberi di calibro 2, dieci di calibro 3, due di calibro 4. Ogni "quadratino" infatti rappresenta dieci alberi, contabizzat icon 4 pallini ai vertici, 4 linee di perimetro e due linee diagonali
 
C'era una singolare competizione tra valligiani e cittadini, ovvero uno spirito di rivalsa dei primi sui secondi, ritenuti dei viziati e degli scansafatiche. La sveglia era alle sei di mattina, e a volte capitava di marciare delle ore prima di arrivare alla particella assegnata, coi valligiani in testa che, essendo molto più allenati, si divertivano a tirarci il collo correndo come ossessi. Noi cittadini arrivavamo così sul posto già stremati prima ancora di iniziare il lavoro vero e proprio. Non erano pochi quelli di noi che gettavano la spugna dopo aver resistito qualche giorno a questi ritmi infernali. Il lavoro era duro, ma la la paga discreta. Capitavano giornate durissime, altre un po' meno pesanti. Si lavorava con qualsiasi tempo, solo se pioveva a dirotto si rimandava. Si mangiava al sacco naturalmente, cioè panini comprati la sera prima. C'erano particelle "comode", col bosco rado e pianeggiante, ed altre infami, con boscaglie micidiali su dirupi spaventosi. E alla sera, altro che discoteche e divertimenti! Si arrivava a casa così distrutti che ci si buttava direttamente in letto. Ma scusate, ho divagato :) Con i piani economici dunque, dicevo, si può avere un quadro preciso di quanto legname esiste in una determinata particella o montagna. Calcolando i parametri di crescita si può stimare per diversi anni la quantità di legname presente sul territorio.


Le foreste della Valle di Fiemme hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento internazionale FNC nel 1997. Esso stabilisce la corretta e sostenibile gestione delle foreste che si estendono da Cavalese a Moena
 
L'eco certificazione FNC
 
Gestione ecocompatibile

La foresta della Magnifica Comunità ha ottenuto la eco-certificazione FSC (Forest Stewardship Council, sito Usa), un importante riconoscimento internazionale legato ai procedimenti di coltivazione e mantenimento del patrimonio boschivo. Ogni anno circa 35.000 metri cubi di legname pregiato viene immesso sul mercato secondo le diverse qualità e destinazioni. Dai boschi della valle di Fiemme si ricava anche il prezioso "legno di risonanza", un legno pregiato (solo l'1,5% del totale!) destinato alla produzione di strumenti musicali e apprezzato dai liutai di tutto il mondo. Persino il grande Antonio Stradivari sceglieva l'abete di Fiemme per i suoi prestigiosi strumenti.


Visita al "Pezo del Gazolin, un magnifico albero monumentale vecchio di duecento anni: è alto quasi trenta metri e la circonferenza del tronco è di 4 metri e mezzo (foto Agh)
 
Il dott. Marcello Mazzucchi dell'Ufficio forestale di Cavalese con il custode Ivano Defrancesco, ci parla dell'albero monumentale: "200 anni, ma è sano come un pesce!". (foto Agh)
 
Alla scoperta del bosco

Ci piace quindi quest'idea di far conoscere meglio un importante aspetto di questa ricchezza non solo economica ma anche -e soprattutto- naturalistica, in un'epoca in cui ormai la maggior parte delle persone che vive nella città non sa distinguere un abete da un larice, e i bambini -come diceva il compianto Zavattini- hanno paura anche delle galline. Andiamo dunque alla scoperta del bosco, accompagnati dall'entusiasta dott.Marcello Mazzucchi responsabile dell'Ufficio Forestale di Cavalese che, strada facendo, ci spiega molte cose interessanti.


Il custode forestale di Cavalese, Ivano Defrancesco, spiega a Luciano le proprie funzioni di sorveglianza e tutela del patrimonio boschivo (foto Agh)
 
I ragazzi durante la visita guidata organizzata dalla Cooperativa "Progetto 92" di Cavalese (foto Agh)
 
L'albero monumentale

Facciamo visita, insieme ad una scolaresca entusiasta, al gigantesco "Pez del Gazolin", un abete monumentale di duecento anni che svetta all'inzio della Val Moena. Con i suoi 28 metri di altezza e il suo tronco di quasi cinque metri di circonferenza, non è tuttavia il più grande albero delle foreste del Lagorai. In luoghi meno accessibili sono molti gli esemplari che lo superano. Alcuni raggiungono l'altezza record di quasi 60 metri! La Cooperativa "Progetto 92 - Centro aperto L'Archimede" di Cavalese (p.zza Rizzoli 8 tel. 0462/235298), organizza queste gite "ludico-culturali" in cui si insegna ai ragazzi, con il gioco e il divertimento, le bellezze della natura.


Carlo Piccolin, legnaiolo (foto Agh)
 
Vita nei boschi

Come si mantiene e si conserva un bosco? Per capirlo meglio siamo andati a trovare uno dei vecchi e più abili boscaioli della valle:
Carlo Piccolin. Lo raggiungiamo in alta montagna, intento a "fare legna" come sempre, anche se da tempo è ormai in pensione. Quella che non è andata in pensione però è la passione della vita nei boschi: tutto il giorno all'aria aperta, in mezzo alla natura. Passa in questo modo le sue giornate, molto spesso da solo senza vedere un'anima in tutto il giorno. Ma lui è felice così, è la sua vita. A dispetto dell'età conserva ancora un'energia sorprendente: ci ha fatto una dimostrazione volante di come si recupera la legna nel bosco. Ha pigliato delle catene e delle corde e, a passo da bersagliere, s'è involato su per un boschetto in salita. Chi scrive, sia pure con la telecamera in spalla ma con parecchi anni di meno, ha faticato non poco a stargli dietro. Arrivato in cima ha arpionato con dei ganci due tronchi d'albero tagliati in precedenza, pesanti almeno 50 kg l'uno.


Dopo la scortecciatura i tronchi sono ammassati sul posto in cataste verticali, ad asciugare. Così quando si portano a valle pesano meno (foto Agh)
 
Il signor Piccolin porta "a spasso" due tronchi da 50 kg l'uno come se niente fosse. Davvero impressionante (foto Agh)
 
S'è cinto le spalle con la corda, quindi li ha trascinati a valle con la stessa noncuranza di chi porta a spasso un barboncino. Sono riuscito a seguirlo col fiatone, mentre lui sollevava pesi da ernia al disco con la massima disinvoltura. Poi dicono che la vita all'aria aperta è malsana. Racconta che anni fa l'avevano convinto a fare l'impianto di riscaldamento a gasolio a casa sua, ma praticamente non l'ha mai usato. Meglio la legna. La trova gratis nei boschi, si tiene occupate le giornate e guadagna pure qualche soldino. Questa vita gli piace, è tranquillo e beato, cosa potrebbe volere di più? Già, cosa? Ce lo chiediamo anche noi stressati dal "logorio della vita moderna", come diceva Calindri, senza però trovare una risposta. Mentre siamo impegnati in queste riflessioni para-filosofiche il dott. Mazzucchi ci richiama all'ordine: c'è da vedere il bellissimo lariceto di Daiano, sull'altro versante della valle, quello che sale al Passo di Lavazè.


Il dott. Marcello Mazzucchi dell'Ufficio forestale di Cavalese, nel bellissimo lariceto di Daiano (foto Agh)
 
Il lariceto di Daiano

Noi della troupe, ascoltando Mazzucchi, ci rendiamo conto di quanto siamo ignoranti. Lui conosce tutti gli alberi e le piante: non solo, vede ciò che noi non vediamo. Per esempio le tracce dei caprioli. "Noi non li vediamo, ma loro ci sono" dice con l'aria di chi la sa lunga. Ci fa vedere infatti una pianticella a prima vista insignificante. Invece sulla corteccia c'erano, sapendoli vedere appunto, dei tipici segni di sfregamento lasciati dai caprioli per marcare il territorio. Il bosco brulica di vita, ma quanti la sanno vedere e riconoscere? Troviamo cespugli di mirtilli, e ovviamente ci chiniamo a raccoglieregli e a mangiarli di gusto. "Il bosco" ci dice Mazzucchi "era per i nostri nonni una specie di farmacia di turno sempre aperta. I mirtilli, per esempio, servivano a curare le malattie degli occhi".

   
Fragoline di bosco   Mirtilli  
C'erano, e ci sono ancora, moltissime piante medicinali per curare le affezioni più varie. Troviamo delle deliziose fragoline di bosco: è incredibile il profumo che emanano, e ancor più il gusto. Pensiamo con tristezza alle fragole che compriamo al supermercato, che ormai non sanno più di niente. Peccato davvero dover andare via, non si finirebbe più di ascoltare e imparare cose così interessanti. Ma è ormai ora di pranzo, e i nostri stomaci plebei reclamano il vitto :)


La sala da pranzo del Ristorante Miola a Predazzo, dove abbiamo mangiato ottimamente (foto Agh)
 
Il ristorante Miola a Predazzo, con cucina tipica trentina: la specialità è la selvaggina, curata personalmente dal titolare (foto Agh)

A tavola

Oggi siamo a pranzo al Ristorante Miola di Predazzo (tel. 0462/501924), un bel locale in posizione tranquilla e panormica appena fuori dell'abitato di Predazzo. La cucina è quella tipica trentina, con specialità di selvaggina, curata personalmente dal pittoresco proprietario, il signor Piergiorgio "Galina" Dellantonio che, insieme ai figli gestisce il ristorante. Non siamo riusciti a sapere l'origine del curioso soprannome. Dobbiamo, a questo punto, un piccolo riconoscimento di gratitudine al figlio del signor Dellantonio, di cui purtroppo ora ci sfugge il nome.


Il signor Piergiorgio intrattiene gli ospiti con la sua firsarmonica (foto Agh)
 
La vista della piana di Predazzo dalla terrazza del Ristorante Miola. Nei pressi c'è il maneggio e il centro di equitazione dove fa tappa il Lagoraid, trekking a cavallo (foto Agh)
 
L'anno scorso, era Pasquetta, chi scrive era impegnato in una gita sci alpinistica in una valle soprastante, la Val Maggiore. Ebbene, la macchina si impantanò nel tentativo di parcheggiare. Scesi a valle per cercare soccorso, trovammo proprio il figlio di Dellantonio, che giustamente, data l'ora e la festività, stava ancora dormendo. Fu svegliato e, saputo quanto ci era accaduto, non esitò un momento a saltar fuori dal letto, vestirsi e prendere la sua jeep Nissan per tirarci fuori dai pasticci. Inutile dire che rifiutò quasi con sdegno qualsiasi tentativo di ricompensa, nonostante le nostre insistenze. Fa piacere ora ricordare questo piccolo-grande episodio di generosità e altruismo. Veniamo alla cucina: come detto, la specialità è la selvaggina.


Antipasto alla boscaiola con porcini (foto Agh)
 
Tagliatelle al sugo di cervo, slurrpp! (foto Agh)
 
Non abbiamo potuto dare sfogo ai nostri migliori istinti mangerecci, purtroppo, per la scarsità di tempo. Abbiamo potuto tuttavia gustare degli ottimi piatti, tra i quali: l'eccellente carpaccio, poi l'antipasto alla boscaiola con funghi porcini sott'olio, tagliatelle al sugo di cervo, "carne salada e fasoi" (fagioli, in insalata o in umido). Tutti piatti semplici ma molto gustosi. Ci intratteniamo un po' con Elisabetta, la figlia del titolare, che cura la cucina con passione. Ci offre gentilmente la sua ricetta dei prelibati canederli alle finferle


Profittando di un attimo di distrazione, Luciano "fiocina" a tradimento una forchettata di lasagne dal piatto di Michele Barcatta dell'Apt, colto di sorpresa (foto Agh)
 
Il bello della dieta

Quando siamo a tavola, con la scusa della dieta, Luciano fa il "morigerato" durante le ordinazioni. Salvo poi non resistere nel vedersi passare sotto al naso mille prelibatezze. Allora fa rapide incursioni nei piatti altrui, per "un assaggio", si capisce. E così ciao dieta. A dir la verità anche noi della troupe non scherziamo. Il fonico è famoso per il suo formidabile e proverbiale appetito. E c'è qualcuno, di cui omettiamo il nome per decoro, che è nominato "il cassonetto umano" per le quantità spaventose di cibo che è in grado di ingurgitare. Sarà l'aria buona, sarà che l'appetito vien lavorando, ma quando è ora di pranzo siamo tutti affamati come lupi. La foto che vedete accanto, e che immortala Luciano sorpreso mentre ruba una forchettata di lasagne a Michele Barcatta, è una mia piccola vendetta personale. Infatti nel montaggio del programma, al quale non presenzio, guarda caso certe immagini compromettenti spariscono misteriosamente. Non mancano mai invece invece quelle dove c'è il sottoscritto che rumina a tavola, cosicché quelli che guardano il programma a casa pensano che sia solo io quello che mangia a strippapelle. Persino mia madre mi ha rimproverato: "Ma insomma, sei sempre lì che ti ingozzi". Come se gli altri stessero a guardare! Chiusa la divagazione.

 
Giuliano Zugliani, del Servizio Foresta Demaniale del Parco di Paneveggio ci accoglie al Centro Visitatori (foto Agh)
 
Parco Naturale di Paneveggio
Pale di S. Martino


Nel pomeriggio facciamo una rapida visita al Centro Visitatori del Parco di Paneveggio. Incontriamo Giuliano Zugliani, guardia forestale, che ci illustra le finalità del parco istituito nel 1967, con lo scopo di tutelare le caratteristiche ambientali, promuovere lo studio scientifico e l'uso sociale dei beni ambientali. Il parco si estende su una supericie di 19.711 ettari. C'è' una grande zona recintata dove i visitatori possono osservare con facilità i cervi. Almeno in teoria. Quando arriviamo noi i cervi si danno alla fuga, allontanandosi nei pressi di un laghetto. La distanza à tale che anche lavorando di zoom non si riesce a vederli bene.


Le Pale di S. Martino svettano sulle foreste di abete rosso
 
Ci facciamo aprire il recinto e proviamo ad avvicinarci, tipo gatto silvestro. Entriamo cioè solo io e Marco, il mio fido aiuto operatore. "State uniti" ci esorta Zugliani "e camminate nascosti da quell'albero". Pare facile, con tutta la maledetta attrezzatura. Quando arriviamo a tiro utile per le riprese un cervo alza la testa di scatto e tutto il gruppo in men che non si dica s'invola in un baleno nel bosco. Restiamo lì come due fessi. Montiamo ugualmente la camera sul cavalletto. Infatti dopo dieci minuti i cervi riappaiono, maestosi, al limitar del bosco. Ci osservano come a dire "Che vorranno questi rompiscatole?". Riusciamo a fare qualche buona ripresa. Missione compiuta. Possiamo tornare a valle, precisamente a Tesero, per visitare la fabbrica Ciresa che produce tavole armoniche, utilizzando il legno delle abetaie di Fiemme, quello che anche il famoso liutaio Stradivari preferiva per i suoi violini.


La tavola armonica di un pianoforte. Dagli anni '70 ad oggi, sono circa 140.000 i pianoforti nel mondo che suonano con una tavola armonica "Ciresa".
 
Solo il 15% del legname scelto è adatto a diventare tavola armonica: le tavole sono marchiate e numerate
 
Stradivari prediligeva l'abete di Fiemme per i suoi prestigiosi strumenti musicali
 
L'albero della musica

La
tavola armonica è un componente presente in tutti gli strumenti classici a corda. Sostanzialmente si tratta di una "membrana" in legno di abete che ha la funzione di trasformare le vibrazioni prodotte dalla corda e trasmesse dal ponticello, in onde sonore, cioè il suono percepito dal nostro orecchio. Il legname lavorato presso la Fabbrica Ciresa di Tesero proviene tutto dalle grandi foreste della Val di Fiemme e Paneveggio e viene selezionato soltanto da tronchi che presentano caratteristiche adatte alla lavorazione. Le tavole accantonate in segheria seguono una prima stagionatura naturale di circa 1 anno, accatastate in piazzale.


Fabio Ognibeni, uno dei titolari della ditta Ciresa, ci spiega le speciali caratteristiche dell'abete di risonanza (foto Agh)
 
Un momento della lavorazione. La ditta fu fondata da Enrico Ciresa nel 1952. Ora le sue tavole armoniche sono rischieste in tutto il mondo. La sede è a Tesero
 
La Ciresa esegue una scelta su questo legname, e successivamente lo porta presso il proprio stabilimento dove iniziano le lavorazioni. Dopo la prima lavorazione delle tavole grezze, una seconda fase di essiccazione viene affidata alla tecnologia di una cella climatica che agisce con tempi lunghi e temperature moderate, in modo da non danneggiare la struttura interna del pregiato legname. In fasi successive il legno viene "depurato" da ogni tipo di nodo, difetto e imperfezione della fibra con il solo controllo visivo del personale specializzato. La composizione della tavola armonica, frutto di anni di mestiere, permette la realizzazione di un prodotto dalle caratteristiche qualitative e sonore prestigiose. Il particolare metodo di incollaggio, concepito dalla Ciresa, garantisce la perfetta unione meccanica delle tavolette.


Un clavicembalo prodotto dalla ditta Ciresa di Tesero: questo bellissimo e antico strumento si produce solo su ordinazione
 
Marchi prestigiosi utilizzano le tavole armoniche Ciresa. Tra questi, Bösendorfer, Petrof, Bechstein, Kawai, Shulze Pollman, Steinberg, Forster, Pleyel e molto altri
 
La finitura delle tavole armoniche, eseguita secondo le indicazioni e misure fornite dal cliente, avviene con una macchina calibratrice di precisione, su spessori che normalmente sono compresi tra i 6,5 ed i 9,0 millimetri. Per la lavorazione delle "catene" (componenti di risonanza che sorreggono e "caricano" la tavola) si selezionano tavole di abete con caratteristiche di fibra adatte allo scopo. Da queste si ottengono barre grezze da 30 x 30 millimetri e successivamente si eseguono tutte le lavorazioni secondo le richieste e i disegni forniti dalla clientela. Dagli anni '70 ad oggi, circa 140.000 pianoforti nel mondo suonano con una tavola armonica "Ciresa". Qualche nome tra i più prestigiosi: Bösendorfer, Petrof, Bechstein, Kawai, Shulze Pollman, Steinberg. La quota di mercato in Europa è del 25%. Dal settembre '91 ad oggi, sono state prodotte oltre 20.000 tavole armoniche con il marchio e il certificato di origine del legno.


Luciano con le sculture del "Picchio" (foto Agh)
 
La serie "soldatini" (foto Agh)
 
Legno: l'arte della scultura

Dopo l'interessante visita alla ditta Ciresa andiamo a trovare qualun altro che ha a che fare con il legno: la famiglia Fontana, scultori di Cavalese, conosciuti anche con il nome della loro bottega artigiana
Il Picchio (tel. 0462/342298). La famiglia Fontana unisce nei suoi lavori una quarantennale esperienza di intaglio manuale del legno appresa da Giovanni lnsam e Melitta Musaner, e alla altrettanto valida scuola nel colore di Dolores Antoniazzi.


Giulio Fontana al lavoro
(foto Agh)
 
Nel piccolo laboratoro zeppo di sculture (foto Agh)


Il figlio Luigi
(foto Agh)
 
Ci intratteniamo col titolare, l'assai gioviale signor Giulio. "Gli studi all'Istituto Statale d’Arte di Pozza di Fassa e poi all’Accademia Cappiello a Firenze di Luigi (il figlio n.d.r.) hanno portato nuovi concetti di design e nuove proposte" ci dice con la soddisfazione di chi vede continuare la tradizione di famiglia. "Anche il più giovane di casa, Michele, ora studente dell’istituto d’Arte, contribuisce al lavoro". Accanto alle classiche statuette scolpite dedicate alle serie i "Piecchiettanti", i "Gufi", gli "Eroi del Nord" e ai Cavalieri, trovano posto lavori realizzati con tecniche e concezioni nuove. Tra queste le composizioni a strati di legno sovrapposti che danno origine a suggestive sculture in tre dimensioni; l'abbinamento legno-carta (spunto preso da un’antica ed originale tradizione alpina) ed infine la tecnica del legno "spazzolato" che consente di ottenere realizzazioni in bilico tra antico e moderno. Da una bella tradizione mitteleuropea nascono i loro simpatici "fensterbilder”: cioè quelle piccole decorazioni o composizioni in legno, vetro o carta, che si appendono alle porte o alle finestre. Segni gioiosi che accompagnano le stagioni dell'anno o le festività del Natale.

testi e foto di
Alessandro Ghezzer
(Agh)

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38033 Cavalese
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Fax 0462/241199
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info@aptfiemme.tn.it Magnifica Comunità di Fiemme
Parco di Paneveggio
Servizo Foreste della Provincia Autonoma di Trento
Forest Stewardship Council
Fabbrica Ciresa produzione tavole armoniche per strumenti musicali
L'albero della Musica (mostra)
Gnomolandia (sculture in legno)

 

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