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| La Catena
del Lagorai (foto Agh)
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Siamo oggi in Valle
di Fiemme, nel Trentino orientale. Siamo qui
perché ci è piaciuta molto l'idea di una originale iniziativa
dal titolo "Vivere il bosco in Val
di Fiemme". Noi di Girovagando non potevamo
non venire a curiosare. Chi c'è nel bosco? Cosa si fa nel bosco?
Da queste due domande -apparentemente banali- del sottotitolo si sviluppano
varie tematiche che riguardano una delle più grandi ricchezze della
valle, cioè i boschi. La gestione e la tutela di questo grande patrimonio
naturalistico, ma anche economico, ha radici storiche antiche: risale infatti
al medioevo, intorno al 1100, l'istituzione denominata "Magnifica
Comunità".

Lo stemma della Magnifica Comunità
di Fiemme |
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Michele Barcatta, segretario organizzativo
dell'Apt della Valle di Fiemme, ci dà il benvenuto (foto Agh) |
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La Magnifica Comunità di Fiemme
Oggi, come allora, gestisce il suo vasto
patrimonio forestale con particolare attenzione
al mantenimento della qualità dei boschi, a cui provvede con proprio
personale. Il bosco è come un organismo vivo, che cresce in continuazione.
Per mantenerlo "in salute", e poterne sfruttare le ricchezze senza
impoverirlo, si realizzano i cosiddetti "piani economici" con
i quali è possibile stimare l'entità del patrimonio boschivo
e, di conseguenza, stabilire dei tagli programmati. "Come si fa a sapere
quanti alberi ci sono in un bosco?" si chiederà qualcuno. È
molto semplice. Si contano! Tutti, uno per uno! Non ci credete?

Boschi a vista d'occhio: solo a 1800-2000 metri l'abete rosso lascia
spazio al larice e al pino cembro, che riescono a crescere ancora
più in alto (foto Agh) |
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I boschi
Chi scrive ha partecipato, quand'era un ragazzetto,
come lavoratore stagionale, ad alcuni piani
economici proprio in Val di Fiemme. Funziona
grossomodo così: le montagne sono divise in particelle numerate di
circa 15-25 ettari ciascuna (sono quei segni azzurri che si vedono ogni
tanto sugli alberi, sono cioè i confini della particella). Una squadra
di 4-5 persone, più un caposquadra, si inoltra nella particella assegnata
misurando con un grande calibro (cavalletto dendrometrico) tutti gli alberi
al di sopra di un certo diametro (15 centimetri se non ricordo male). Ogni
albero viene segnato sulla corteccia con uno speciale raschietto per evitare
doppie misurazioni. Il lavorante misura e urla "2", "4"
"larice 5!" al caposquadra, che annota mano a mano il tipo di
pianta -abete, larice, pino cembro eccetera- e il relativo calibro. Ovviamente
ci sono parecchie squadre che battono contemporaneamente la montagna, ognuna
con un certo numero di particelle assegnate. Ricordo soprattutto che era
un lavoro massacrante. Il ruolo di caposquadra, il meno faticoso, era sempre
assegnato ai valligiani con la scusa che conoscevano i posti: i "braccianti
agricoli" invece -così eravamo inquadrati-, cioè noi
che scalcagnavamo sulle montagne per misurare le piante una ad una, col
calibro, erano spesso "cittadini", cioè studentelli che
durante l'estate facevano questo lavoro per tirare su qualche lira.

Un "cavallettatore" al lavoro:
ogni albero è misurato, uno ad uno, con un grosso calibro,
quindi segnato con un raschietto. Il diametro viene riferito al copasquadra,
che lo annota su un quaderno |
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Quanti alberi ha segnato il caposquadra?
La risposta è 18! Nella figura abbiamo sei alberi di calibro
2, dieci di calibro 3, due di calibro 4. Ogni "quadratino"
infatti rappresenta dieci alberi, contabizzat icon 4 pallini ai vertici,
4 linee di perimetro e due linee diagonali |
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C'era una singolare competizione tra valligiani e cittadini,
ovvero uno spirito di rivalsa dei primi sui secondi, ritenuti dei viziati
e degli scansafatiche. La sveglia era alle sei di mattina, e a volte capitava
di marciare delle ore prima di arrivare alla particella assegnata, coi valligiani
in testa che, essendo molto più allenati, si divertivano a tirarci
il collo correndo come ossessi. Noi cittadini arrivavamo così sul
posto già stremati prima ancora di iniziare il lavoro vero e proprio.
Non erano pochi quelli di noi che gettavano la spugna dopo aver resistito
qualche giorno a questi ritmi infernali. Il lavoro era duro, ma la la paga
discreta. Capitavano giornate durissime, altre un po' meno pesanti. Si lavorava
con qualsiasi tempo, solo se pioveva a dirotto si rimandava. Si mangiava
al sacco naturalmente, cioè panini comprati la sera prima. C'erano
particelle "comode", col bosco rado e pianeggiante, ed altre infami,
con boscaglie micidiali su dirupi spaventosi. E alla sera, altro che discoteche
e divertimenti! Si arrivava a casa così distrutti che ci si buttava
direttamente in letto. Ma scusate, ho divagato :) Con i piani economici
dunque, dicevo, si può avere un quadro preciso di quanto legname
esiste in una determinata particella o montagna. Calcolando i parametri
di crescita si può stimare per diversi anni la quantità di
legname presente sul territorio.

Le foreste della Valle di Fiemme hanno ricevuto
il prestigioso riconoscimento internazionale FNC nel 1997. Esso stabilisce
la corretta e sostenibile gestione delle foreste che si estendono
da Cavalese a Moena |
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L'eco certificazione FNC |
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Gestione ecocompatibile
La foresta della Magnifica
Comunità ha ottenuto la eco-certificazione
FSC (Forest
Stewardship Council, sito Usa),
un importante riconoscimento internazionale legato ai procedimenti di coltivazione
e mantenimento del patrimonio boschivo. Ogni anno circa 35.000 metri cubi
di legname pregiato viene immesso sul mercato secondo le diverse qualità
e destinazioni. Dai boschi della valle di Fiemme si ricava anche il prezioso
"legno di risonanza",
un legno pregiato (solo l'1,5% del totale!) destinato alla produzione di
strumenti musicali e apprezzato dai liutai di tutto il mondo. Persino il
grande Antonio Stradivari sceglieva l'abete di Fiemme per i suoi prestigiosi
strumenti.

Visita al "Pezo del Gazolin, un magnifico
albero monumentale vecchio di duecento anni: è alto quasi trenta
metri e la circonferenza del tronco è di 4 metri e mezzo (foto Agh) |
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Il dott. Marcello Mazzucchi dell'Ufficio
forestale di Cavalese con il custode Ivano Defrancesco, ci parla dell'albero
monumentale: "200 anni, ma è sano come un pesce!".
(foto Agh) |
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Alla scoperta del bosco Ci
piace quindi quest'idea di far conoscere meglio un importante aspetto di
questa ricchezza non solo economica ma anche -e soprattutto- naturalistica,
in un'epoca in cui ormai la maggior parte delle persone che vive nella città
non sa distinguere un abete da un larice, e i bambini -come diceva il compianto
Zavattini- hanno paura anche delle galline. Andiamo dunque alla scoperta
del bosco, accompagnati dall'entusiasta dott.Marcello
Mazzucchi responsabile dell'Ufficio Forestale di Cavalese che, strada
facendo, ci spiega molte cose interessanti.

Il custode forestale di Cavalese, Ivano Defrancesco, spiega a Luciano
le proprie funzioni di sorveglianza e tutela del patrimonio boschivo
(foto Agh) |
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I ragazzi durante la visita guidata organizzata dalla Cooperativa
"Progetto 92" di Cavalese (foto Agh)
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L'albero monumentale Facciamo
visita, insieme ad una scolaresca entusiasta, al gigantesco "Pez
del Gazolin", un abete monumentale di duecento
anni che svetta all'inzio della Val Moena. Con i suoi 28 metri di altezza
e il suo tronco di quasi cinque metri di circonferenza, non è tuttavia
il più grande albero delle foreste del Lagorai. In luoghi meno accessibili
sono molti gli esemplari che lo superano. Alcuni raggiungono l'altezza record
di quasi 60 metri! La Cooperativa "Progetto 92 - Centro aperto L'Archimede"
di Cavalese (p.zza Rizzoli 8 tel. 0462/235298), organizza queste gite "ludico-culturali"
in cui si insegna ai ragazzi, con il gioco e il divertimento, le bellezze
della natura.

Carlo Piccolin, legnaiolo (foto Agh) |
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Vita nei boschi
Come si mantiene e si conserva un bosco? Per capirlo meglio siamo andati
a trovare uno dei vecchi e più abili boscaioli della valle: Carlo
Piccolin. Lo raggiungiamo in alta montagna, intento
a "fare legna" come sempre, anche se da tempo è ormai in
pensione. Quella che non è andata in pensione però è
la passione della vita nei boschi: tutto il giorno all'aria aperta, in mezzo
alla natura. Passa in questo modo le sue giornate, molto spesso da solo
senza vedere un'anima in tutto il giorno. Ma lui è felice così,
è la sua vita. A dispetto dell'età conserva ancora un'energia
sorprendente: ci ha fatto una dimostrazione volante di come si recupera
la legna nel bosco. Ha pigliato delle catene e delle corde e, a passo da
bersagliere, s'è involato su per un boschetto in salita. Chi scrive,
sia pure con la telecamera in spalla ma con parecchi anni di meno, ha faticato
non poco a stargli dietro. Arrivato in cima ha arpionato con dei ganci due
tronchi d'albero tagliati in precedenza, pesanti almeno 50 kg l'uno.

Dopo la scortecciatura i tronchi sono ammassati
sul posto in cataste verticali, ad asciugare. Così quando si
portano a valle pesano meno (foto Agh) |
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Il signor Piccolin porta "a spasso"
due tronchi da 50 kg l'uno come se niente fosse. Davvero impressionante
(foto Agh) |
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S'è cinto le spalle con la corda, quindi li
ha trascinati a valle con la stessa noncuranza di chi porta a spasso un
barboncino. Sono riuscito a seguirlo col fiatone, mentre lui sollevava pesi
da ernia al disco con la massima disinvoltura. Poi dicono che la vita all'aria
aperta è malsana. Racconta che anni fa l'avevano convinto a fare
l'impianto di riscaldamento a gasolio a casa sua, ma praticamente non l'ha
mai usato. Meglio la legna. La trova gratis nei boschi, si tiene occupate
le giornate e guadagna pure qualche soldino. Questa vita gli piace, è
tranquillo e beato, cosa potrebbe volere di più? Già, cosa?
Ce lo chiediamo anche noi stressati dal "logorio della vita moderna",
come diceva Calindri, senza però trovare una risposta. Mentre siamo
impegnati in queste riflessioni para-filosofiche il dott. Mazzucchi ci richiama
all'ordine: c'è da vedere il bellissimo lariceto di Daiano, sull'altro
versante della valle, quello che sale al Passo di Lavazè.

Il dott. Marcello Mazzucchi dell'Ufficio forestale di Cavalese, nel
bellissimo lariceto di Daiano (foto Agh) |
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Il lariceto di Daiano
Noi della troupe, ascoltando Mazzucchi, ci rendiamo
conto di quanto siamo ignoranti. Lui conosce tutti gli alberi e le piante:
non solo, vede ciò che noi non vediamo. Per esempio le tracce dei
caprioli. "Noi non li vediamo, ma loro ci sono" dice con l'aria
di chi la sa lunga. Ci fa vedere infatti una pianticella a prima vista insignificante.
Invece sulla corteccia c'erano, sapendoli vedere appunto, dei tipici segni
di sfregamento lasciati dai caprioli per marcare il territorio. Il bosco
brulica di vita, ma quanti la sanno vedere e riconoscere? Troviamo cespugli
di mirtilli, e ovviamente ci chiniamo a raccoglieregli e a mangiarli di
gusto. "Il bosco" ci dice Mazzucchi "era per i nostri nonni
una specie di farmacia di turno sempre aperta. I mirtilli, per esempio,
servivano a curare le malattie degli occhi".
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| Fragoline di bosco |
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Mirtilli |
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C'erano, e ci sono ancora, moltissime piante medicinali
per curare le affezioni più varie. Troviamo delle deliziose fragoline
di bosco: è incredibile il profumo che emanano, e ancor più
il gusto. Pensiamo con tristezza alle fragole che compriamo al supermercato,
che ormai non sanno più di niente. Peccato davvero dover andare via,
non si finirebbe più di ascoltare e imparare cose così interessanti.
Ma è ormai ora di pranzo, e i nostri stomaci plebei reclamano il
vitto :)

La sala da pranzo del Ristorante Miola a Predazzo, dove abbiamo mangiato
ottimamente (foto Agh) |
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Il ristorante Miola a Predazzo, con cucina tipica trentina: la specialità
è la selvaggina, curata personalmente dal titolare (foto Agh) |
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A tavola
Oggi siamo a pranzo al Ristorante
Miola di Predazzo (tel. 0462/501924), un bel
locale in posizione tranquilla e panormica appena fuori dell'abitato di
Predazzo. La cucina è quella tipica trentina, con specialità
di selvaggina, curata personalmente dal pittoresco proprietario, il signor
Piergiorgio "Galina" Dellantonio che, insieme ai figli gestisce
il ristorante. Non siamo riusciti a sapere l'origine del curioso soprannome.
Dobbiamo, a questo punto, un piccolo riconoscimento di gratitudine al figlio
del signor Dellantonio, di cui purtroppo ora ci sfugge il nome.

Il signor Piergiorgio intrattiene gli ospiti con la sua firsarmonica
(foto Agh) |
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La vista della piana di Predazzo dalla terrazza del Ristorante Miola.
Nei pressi c'è il maneggio e il centro di equitazione dove
fa tappa il Lagoraid, trekking a cavallo (foto Agh) |
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L'anno scorso, era Pasquetta, chi scrive era impegnato
in una gita sci alpinistica in una valle soprastante, la Val
Maggiore. Ebbene, la macchina si impantanò
nel tentativo di parcheggiare. Scesi a valle per cercare soccorso, trovammo
proprio il figlio di Dellantonio, che giustamente, data l'ora e la festività,
stava ancora dormendo. Fu svegliato e, saputo quanto ci era accaduto, non
esitò un momento a saltar fuori dal letto, vestirsi e prendere la
sua jeep Nissan per tirarci fuori dai pasticci. Inutile dire che rifiutò
quasi con sdegno qualsiasi tentativo di ricompensa, nonostante le nostre
insistenze. Fa piacere ora ricordare questo piccolo-grande episodio di generosità
e altruismo. Veniamo alla cucina: come detto, la specialità è
la selvaggina.

Antipasto alla boscaiola con porcini (foto Agh) |
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Tagliatelle al sugo di cervo, slurrpp! (foto Agh) |
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Non abbiamo potuto dare sfogo ai nostri migliori istinti
mangerecci, purtroppo, per la scarsità
di tempo. Abbiamo potuto tuttavia gustare degli ottimi piatti, tra i quali:
l'eccellente carpaccio, poi l'antipasto alla boscaiola con funghi porcini
sott'olio, tagliatelle al sugo di cervo, "carne salada e fasoi"
(fagioli, in insalata o in umido). Tutti piatti semplici ma molto gustosi.
Ci intratteniamo un po' con Elisabetta, la figlia del titolare, che cura
la cucina con passione. Ci offre gentilmente la sua ricetta dei prelibati
canederli alle finferle

Profittando di un attimo di distrazione,
Luciano "fiocina" a tradimento una forchettata di lasagne
dal piatto di Michele Barcatta dell'Apt, colto di sorpresa (foto Agh) |
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Il bello della dieta Quando
siamo a tavola, con la scusa della dieta, Luciano fa il "morigerato"
durante le ordinazioni. Salvo poi non resistere nel vedersi passare sotto
al naso mille prelibatezze. Allora fa rapide incursioni nei piatti altrui,
per "un assaggio", si capisce. E così ciao dieta. A dir
la verità anche noi della troupe non scherziamo. Il fonico è
famoso per il suo formidabile e proverbiale appetito. E c'è qualcuno,
di cui omettiamo il nome per decoro, che è nominato "il cassonetto
umano" per le quantità spaventose di cibo che è in grado
di ingurgitare. Sarà l'aria buona, sarà che l'appetito vien
lavorando, ma quando è ora di pranzo siamo tutti affamati come lupi.
La foto che vedete accanto, e che immortala Luciano sorpreso mentre ruba
una forchettata di lasagne a Michele Barcatta, è una mia piccola
vendetta personale. Infatti nel montaggio del programma, al quale non presenzio,
guarda caso certe immagini compromettenti spariscono misteriosamente. Non
mancano mai invece invece quelle dove c'è il sottoscritto che rumina
a tavola, cosicché quelli che guardano il programma a casa pensano
che sia solo io quello che mangia a strippapelle. Persino mia madre mi ha
rimproverato: "Ma insomma, sei sempre lì che ti ingozzi".
Come se gli altri stessero a guardare! Chiusa la divagazione.
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Giuliano Zugliani, del Servizio Foresta Demaniale
del Parco di Paneveggio ci accoglie al Centro Visitatori (foto Agh) |
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Parco Naturale di Paneveggio
Pale di S. Martino Nel pomeriggio facciamo
una rapida visita al Centro Visitatori
del Parco di Paneveggio. Incontriamo Giuliano
Zugliani, guardia forestale, che ci illustra le finalità del parco
istituito nel 1967, con lo scopo di tutelare le caratteristiche ambientali,
promuovere lo studio scientifico e l'uso sociale dei beni ambientali. Il
parco si estende su una supericie di 19.711 ettari. C'è' una grande
zona recintata dove i visitatori possono osservare con facilità i
cervi. Almeno in teoria. Quando arriviamo noi i cervi si danno alla fuga,
allontanandosi nei pressi di un laghetto. La distanza à tale che
anche lavorando di zoom non si riesce a vederli bene.

Le Pale di S. Martino svettano sulle foreste di abete rosso |
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Ci facciamo aprire il recinto e proviamo ad avvicinarci,
tipo gatto silvestro. Entriamo cioè solo io e Marco, il mio fido
aiuto operatore. "State uniti" ci esorta Zugliani "e camminate
nascosti da quell'albero". Pare facile, con tutta la maledetta attrezzatura.
Quando arriviamo a tiro utile per le riprese un cervo alza la testa di scatto
e tutto il gruppo in men che non si dica s'invola in un baleno nel bosco.
Restiamo lì come due fessi. Montiamo ugualmente la camera sul cavalletto.
Infatti dopo dieci minuti i cervi riappaiono, maestosi, al limitar del bosco.
Ci osservano come a dire "Che vorranno questi rompiscatole?".
Riusciamo a fare qualche buona ripresa. Missione compiuta. Possiamo tornare
a valle, precisamente a Tesero, per visitare la fabbrica Ciresa che produce
tavole armoniche, utilizzando il legno delle abetaie di Fiemme, quello che
anche il famoso liutaio Stradivari preferiva per i suoi violini.

La tavola armonica di un pianoforte. Dagli
anni '70 ad oggi, sono circa 140.000 i pianoforti nel mondo che suonano
con una tavola armonica "Ciresa". |
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Solo il 15% del legname scelto è adatto
a diventare tavola armonica: le tavole sono marchiate e numerate |
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Stradivari prediligeva l'abete di Fiemme per i suoi prestigiosi strumenti
musicali |
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L'albero della musica
La tavola armonica
è un componente presente in tutti gli strumenti classici a corda.
Sostanzialmente si tratta di una "membrana" in legno di abete
che ha la funzione di trasformare le vibrazioni prodotte dalla corda e trasmesse
dal ponticello, in onde sonore, cioè il suono percepito dal nostro
orecchio. Il legname lavorato presso la Fabbrica
Ciresa di Tesero proviene tutto dalle grandi
foreste della Val di Fiemme e Paneveggio e viene selezionato soltanto da
tronchi che presentano caratteristiche adatte alla lavorazione. Le tavole
accantonate in segheria seguono una prima stagionatura naturale di circa
1 anno, accatastate in piazzale.

Fabio Ognibeni, uno dei titolari della ditta Ciresa, ci spiega le
speciali caratteristiche dell'abete di risonanza (foto Agh) |
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Un momento della lavorazione. La ditta fu fondata da Enrico Ciresa
nel 1952. Ora le sue tavole armoniche sono rischieste in tutto il
mondo. La sede è a Tesero |
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La Ciresa esegue una scelta su questo legname, e successivamente
lo porta presso il proprio stabilimento dove iniziano le lavorazioni. Dopo
la prima lavorazione delle tavole grezze, una seconda fase di essiccazione
viene affidata alla tecnologia di una cella climatica che agisce con tempi
lunghi e temperature moderate, in modo da non danneggiare la struttura interna
del pregiato legname. In fasi successive il legno viene "depurato"
da ogni tipo di nodo, difetto e imperfezione della fibra con il solo controllo
visivo del personale specializzato. La composizione della tavola
armonica, frutto di anni di mestiere, permette
la realizzazione di un prodotto dalle caratteristiche qualitative e sonore
prestigiose. Il particolare metodo di incollaggio,
concepito dalla Ciresa, garantisce la perfetta unione meccanica delle tavolette.

Un clavicembalo prodotto dalla ditta Ciresa
di Tesero: questo bellissimo e antico strumento si produce solo su
ordinazione |
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Marchi prestigiosi utilizzano le tavole armoniche
Ciresa. Tra questi, Bösendorfer, Petrof, Bechstein, Kawai, Shulze
Pollman, Steinberg, Forster, Pleyel e molto altri |
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La finitura delle tavole armoniche, eseguita secondo
le indicazioni e misure fornite dal cliente, avviene con una macchina calibratrice
di precisione, su spessori che normalmente sono compresi tra i 6,5 ed i
9,0 millimetri. Per la lavorazione delle "catene" (componenti
di risonanza che sorreggono e "caricano" la tavola) si selezionano
tavole di abete con caratteristiche di fibra adatte allo scopo. Da queste
si ottengono barre grezze da 30 x 30 millimetri e successivamente si eseguono
tutte le lavorazioni secondo le richieste e i disegni forniti dalla clientela.
Dagli anni '70 ad oggi, circa 140.000 pianoforti nel mondo suonano con una
tavola armonica "Ciresa". Qualche nome
tra i più prestigiosi: Bösendorfer, Petrof, Bechstein, Kawai,
Shulze Pollman, Steinberg. La quota di mercato in Europa è del 25%.
Dal settembre '91 ad oggi, sono state prodotte oltre 20.000 tavole armoniche
con il marchio e il certificato di origine del legno.

Luciano con le sculture del "Picchio" (foto Agh) |
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La serie "soldatini" (foto Agh) |
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Legno: l'arte della scultura
Dopo l'interessante visita alla ditta Ciresa andiamo a trovare qualun altro
che ha a che fare con il legno: la famiglia Fontana, scultori di Cavalese,
conosciuti anche con il nome della loro bottega artigiana Il
Picchio (tel. 0462/342298). La famiglia Fontana
unisce nei suoi lavori una quarantennale esperienza di intaglio manuale
del legno appresa da Giovanni lnsam e Melitta Musaner, e alla altrettanto
valida scuola nel colore di Dolores Antoniazzi.

Giulio Fontana al lavoro (foto Agh) |
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Nel piccolo laboratoro zeppo di sculture (foto Agh)

Il figlio Luigi (foto Agh) |
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Ci intratteniamo col titolare, l'assai gioviale signor
Giulio. "Gli studi all'Istituto Statale dArte di Pozza di Fassa
e poi allAccademia Cappiello a Firenze di Luigi (il figlio n.d.r.)
hanno portato nuovi concetti di design e nuove proposte" ci dice con
la soddisfazione di chi vede continuare la tradizione di famiglia. "Anche
il più giovane di casa, Michele, ora studente dellistituto
dArte, contribuisce al lavoro". Accanto alle classiche statuette
scolpite dedicate alle serie i "Piecchiettanti", i "Gufi",
gli "Eroi del Nord" e ai Cavalieri, trovano posto lavori realizzati
con tecniche e concezioni nuove. Tra queste le composizioni a strati di
legno sovrapposti che danno origine a suggestive sculture in tre dimensioni;
l'abbinamento legno-carta (spunto preso da unantica ed originale tradizione
alpina) ed infine la tecnica del legno "spazzolato" che consente
di ottenere realizzazioni in bilico tra antico e moderno. Da una bella tradizione
mitteleuropea nascono i loro simpatici "fensterbilder: cioè
quelle piccole decorazioni o composizioni in legno, vetro o carta, che si
appendono alle porte o alle finestre. Segni gioiosi che accompagnano le
stagioni dell'anno o le festività del Natale. testi e foto di
Alessandro Ghezzer
(Agh)
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