| Nell'incanto del Bambino Re Palazzo Trentini, Trento - 1 dicembre 2001 - 6 gennaio 2002 |
||||||||||||||||||||||||||||
di Rosanna Cavallini Palazzo Trentini ospita in questo dicembre 2001 un'esposizione
di argomento insolito: le produzioni popolari dei simulacri in cera di
Gesù Bambino nelle Alpi e nei territori limitrofi. Se poche persone
serbano memoria della tradizionale esposizione dei bambinelli alla devozione
pubblica nelle chiese e a quella privata nelle case, per le giovani generazioni
l'argomento è quantomeno misterioso. I preziosi manufatti erano
tolti dal luogo ove giacevano nel resto dell'anno ed esposti nel periodo
della festività più amata nel mondo cattolico, ovvero la
ricorrenza della nascita di Gesù.
La mostra di Palazzo Trentini è nata col proposito di comunicare l'incanto e la seduzione che le raffigurazioni del piccolo Gesù infante sanno infondere con la semplice grazia delle ninne nanne popolari. I manufatti esposti sono parte di una collezione conservata in una casa privata, nello spazio amorevolmente adattato per l'esposizione. E' questa la collezione più completa, a mia conoscenza, di manufatti popolari in cera di Gesù Bambino. Sul collezionismo privato si sono spesso abbattuti strali ingenerosi . Certamente si può collezionare di tutto, ma ritengo s'imponga una giusta distinzione tra chi accumula oggetti e chi, travolto da vera passione per " l'oggetto amato" ne osserva, ricerca e coglie l'essenza più intima. In tempi sensibili al consumo risulta di particolare apprezzabilità la paziente e costante raccolta di testimonianze del passato. La maggioranza delle collezioni nasce con oggetti al termine della funzione per cui erano creati. Vi è forse una componente di amorosa compassione nel prestar soccorso agli "oggetti emarginati". Il lento rinascere dall'emarginazione nella rivisitazione salvifica di una collezione, la sua stratificazione sistematica attraverso la sensibilità personale di chi risana le fratture della memoria storica, è in fondo lo svolgersi di una resurrezione ritualizzata. I collezionisti raccoglitori di memorie avvertono il senso profondo quasi mistico della conservazione.
Non è un compito facile o divertente, l'innamoramento culturale implica una serie di fatiche: la conoscenza, la ricerca, l'analisi, lo studio, la cura, la contemplazione, il dialogo spirituale. Il collezionista sembra perseguire, nell'atto del riordinare il disordine in cui i destini gettano gli uomini e le loro testimonianze materiali, l'intento di riservarsi una "porzione di paradiso". Ebbi in merito una grande lezione da un professore, noto critico d'arte tedesco, che tra l'altro amava teneramente i vetri antichi.
Ricordo come memorabili le sue descrizioni di un oggetto appena scovato chissà dove, (non si dice mai dove) che toglieva da sotto il cappotto o da una tasca, avvolto nella carta di giornale umida e molle di mille cantine e mille vetrine. Balbettante collezionista come ero io all'epoca, imparai la lettura dei codici cifrati racchiusi nelle spire di un oggetto, lentamente svelati alla conoscenza e tradotti in pura emozione. Alla presenza di un robusto vaso o di un sottilissimo calice mi fu consegnata la chiave di lettura di un visibile rivelato oltre il visibile immediato. Fu una piacevole scoperta comprendere come ogni manufatto possieda la magia di trattenere lo spirito dell'esecutore.
Percepire il linguaggio silenzioso e il procedere del ragionamento
creativo, ripercorrerne l'evoluzione progettuale, indagare gli elementi
costitutivi della "creazione" e i rapporti che tra di essi si
costituiscono fino a raggiungere il cuore dei tratti più intimi
e personali dell'autore, è un impegno da cui non è più
possibile esimersi. Il piacere di leggere gli oggetti è continuato
nei lunghi anni in cui ho seguito il nascere della notevole e unica collezione
dei coniugi De Carli-Pustilnikov. Anche l'amore con cui ho visto raccogliere
questi manufatti rappresenta una lezione di vita. Il frutto di una paziente
e caparbia ricerca, svolta con l'intento di riallacciare fili interrotti
di una tradizione dimenticata, viene dunque esposto per la prima volta
alla lettura del pubblico.
E' possibile ammirare bambinelli nei musei etnografici di molte zone del Europa centrale. Se pure in numero elevato questi manufatti risultano "sparsi" in esposizioni che descrivono l'aspetto quotidiano del vivere. Le distanze geografiche dei siti museali rendono, di fatto, complicate le informazioni e di conseguenza difficoltoso uno studio organico e la possibilità di analisi comparative. Bambinelli sono esposti anche nelle collezioni delle produzioni conventuali ma persi nella vastità di un'enorme produzione.
Una ricca e per certi aspetti istruttiva collezione si conserva in Spagna nel convento femminile delle "Descalzas Reales"di Madrid. Nel museo del convento si possono ammirare numerose sculture di artisti spagnoli che scolpirono bambinelli per la devozione delle monache di nobile casato. Se nelle vite dei santi sono documentate numerose apparizioni del piccolo Gesù e per molti religiosi il tenero amore e la devozione appassionata espressero facoltà eccezionali di comunicazione e dialogo d'intensa spiritualità con il santo bambino, in altri casi il rapporto con l'immagine di Gesù pare dettato da esigenze emotive più terrene e conflitti interiori. A questo proposito è illuminante il caso di Suor Margherita della Croce, "Infanta d'Austria" che possedeva undici manufatti di Gesù Bambino distinti con soprannome specifico secondo le particolari caratteristiche. Se nel Medioevo si era diffusa l'immagine del bambinello di francescana povertà, probabilmente è dalla Spagna che si propaga l'iconografia differenziata e la conseguente esigenza di corredi e addobbi particolari.
Si produssero in conseguenza bambinelli di grande bellezza e realismo, muniti di abitini raffinati che nel periodo barocco raggiunsero l'apice della produzione. Abiti e fasce acquistarono lo stile di corte e si arricchirono di decori fastosi e di pietre preziose. Stringere tra le braccia il piccolo Gesù, coccolarlo e vezzeggiarlo, vestirlo da piccolo re o da pastorello, cantare per lui ninne nanne fu probabilmente per le monache richiamo e memoria delle bambole dell'infanzia e concessione dettata dall'esigenza di quietare conflitti interiori di portata ben più grande. La ricchezza degli arredi dello stile barocco si estenderà in seguito anche alle produzioni popolari. In modo ingenuo ma efficace, con materiali di facile reperibilità come la carta colorata e la stagnola, i piccoli teatrini imiteranno con effetto illusionistico lo splendore e l'opulenza delle produzioni conventuali.
Fondatrici di conventi furono spesso donne delle famiglie
reali o della nobiltà. Accompagnate dalla memoria inalienabile
di fasti e ricchezze anche dopo il rifiuto di ogni bene terreno, raffinate
nel gusto e colte, fornite di ricchi corredi dotali con cui era d'obbligo
entrare in convento, contribuirono con il gusto personale alla sontuosità
dei manufatti dedicati alla devozione. Al proliferare dei conventi di
religione cattolica seguì la propagazione dei culti in tutta Europa
e oltre. Seguendo il peregrinare delle religiose nei conventi le inclinazioni
estetiche e i gusti personali vennero a contatto, si contaminarono, si
fusero creando veri e propri stili di produzione. Per strade difficili
da individuare somiglianze esecutive percorsero lunghi e misteriosi viaggi,
ancora stupisce il riscontro di produzioni conventuali identiche in territori
geograficamente lontanissimi.
Liberata dai compiti sociali, ma destinata per convinzione
culturale ad una vita sacrificale, la monaca si caricava di tensioni combattuta
nella lotta esasperante ed esaltante tra la mortificazione delle qualità
personali e la tensione ad una perfezione terrena da offrire al "divino"
con profonda devozione. Le mistiche funambole, giocoliere del Signore,
raggiunsero sulla corda tesissima di questa contrapposizione quote altissime
e irraggiungibili. Cosa percepisce il fruitore di manufatti conventuali
se non lo stordimento dell'anima materializzato, una valenza quasi magica
con cui mani sapienti e instancabili hanno trasmesso vita a materiali
inanimati, un disagio claustrofobico nei complicatissimi rameggi ritagliati
e costretti nel minuto foglio di carta, le infinite varietà di
ricami di perle e fili colorati, di cordoncini d'oro e d'argento che disegnano
un racconto meraviglioso espresso nel mistero di un alfabeto scomparso.
I bambinelli fasciati La produzione popolare del Gesù Bambino fasciato
disteso sembra essersi diffusa particolarmente in Europa centrale ed in
ambito alpino. Sembra stabilizzata la scelta iconografica del simulacro
caratterizzato da notevole rigidità. Il neonato è rappresentato
rinchiuso in fasciature totali che permettono solo la visione della testa
e delle spalle, le fasciature sono ricche e colorate. La predilezione
per il neonato può forse rimandare al fatto che le nascite in area
alpina erano poco frequenti per ragioni climatiche, per matrimoni in età
avanzata ed altro.
Le donne potevano così svolgere le numerose incombenze con relativa tranquillità. Nella produzione popolare alpina l'immagine di un neonato bello, riccamente vestito, con vitali guance rosse, riconoscibili nei bimbi di montagna sottoposti alle rigide temperature, era salutato come il miglior auspicio di nuove nascite. Si caratterizzò in questo una produzione artigianale popolare che vedeva trasfigurato il significato religioso in valore augurale di vitalità e prolificità. Di queste produzioni esiste documentazione nelle " stue" (Stuben) contadine ricostruite presso i musei dell'area alpina dove le numerose immagini religiose protettive erano esposte con particolare ritualità. Anche il bambinello recitava il suo ruolo protettivo espresso con la rustica poesia degli uomini della montagna. Adagiato tra cuscini, cortine a festone, ingentilito dai fiori di carta colorata in perenne fioritura, il Mistero dell'Incarnazione tornava magicamente favola rappresentata nello spazio "teatrale" racchiuso e delimitato delle teche vetrate.
Negli uomini delle Alpi, eterni girovaghi protagonisti di un costante cammino intrapreso per la vendita delle merci, o forse per il bisogno interiore di superare le linee di orizzonti ristretti, va ricercato il merito dei racconti giunti in valle. Racconti di magnificenze di ori e argenti, ammirate con stupore e "rubate con gli occhi" nelle cattedrali delle grandi città. Echi di una devozione sontuosa, rimbalzati per così dire di monte in monte, per illuminare della stessa calda luce dorata lo spazio privato e modesto delle abitazioni serrate a lungo nella crudezza di un clima avverso.
Bibliografia - Elisabeth und Erwin Schleich, FROMMER SINN UND LIEBLICHKEIT,
von Zauber der "Schoener Arbeiten" in Altbayern, Verlag Passavia,
Passau, 1993. |