| Museo etnografico di Colombo Dantone, Penìa di Canazei |
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L'origine del museo del signor Colmbo Dantone val la pena di essere raccontata. Fu spedito, appena quattordicenne, in Austria a fare il servo agricolo, per sfamarsi e mandare qualche soldo a casa, senza sapere una parola di tedesco. A quei tempi la val di Fassa era una valle sperduta, e la gente faticava a mettere insieme il pranzo con la cena. Quando scoppiò la guerra, aveva sedici anni, fu costretto ad arruolarsi e a partire per il fronte. Il giorno della partenza l'amata sorella Giulia gli consegna un pezzo di candela, il "filo" che lo terrà legato alla vita in sette lunghi anni di guerra lontano da casa. Fu anche fatto prigioniero in Russia, e rinchiuso in un campo di concentramento nel Caucaso dal '45 al '50.
Quel pezzo di candela sarà in qualche modo la sua salvezza, il simbolo dei suoi affetti al quale aggrapparsi nei momenti durissimi della prigionia. Quel mozzicone di cera, nascosto alle perquisizioni anche in modo rocambolesco, lo terrà in vita come la speranza di un ritorno a casa. Quando ciò avverrà, molto anni più tardi, quel pezzo di candela sarà il primo pezzo di una collezione che in cinquant'anni si è ampliata enormemente. Ora questo tesoro della memoria è aperto la pubblico, con il signor Dantone in persona a fare da guida. Gli abbiamo chiesto, ingenuamente, qual fosse il pezzo che riteneva più pregiato. "Nessuno in particolare" ci ha risposto. "Per me sono questi" ci ha detto indicandoci una vetrinetta. "Sono pezzi apparentemente di nessun valore, e invece sono i più preziosi: perché sono quelli costruiti dai soldati per sopravvivere, usando l'ingegno e la fantasia. In trincea l'arte di arrangiarsi voleva dire vivere qualche giorno in più. I soldati si costruivano le bombe a mano coi barattoli di conserva, gli accendini li ricavavano dalle cartucce, le grattugie o i ramponi coi pezzi di ferro delle bombe". Una piccola lezione di vita, sulla quale riflettere almeno un poco. |