Viaggio alle terme
a cura di William Belli
 
Il vecchio caffè alla stazione (foto Agh)

Ai tempi della bella Epoque

Un viaggio alle terme di Levico, Vetriolo e Roncegno è ritrovare sensazioni perdute, stati d'animo trascorsi, un tempo scandito in maniera diversa, il tempo della "Montagna incantata" di Thomas Mann e quello della "Cura" di Hermann Hesse, quello delle giornate occupate nella rigenerazione del corpo e dello spirito, fra cure idroterapiche, passeggiate salutari nei parchi ombrosi delle terme, lunghe soste nei caffè ad ammirare il paesaggio e il passeggio elegante.

 
La vecchia locomotiva a vapore  

Per ritrovare l'atmosfera della "Belle Epoque", allorché il fior fiore della società europea si ritrovava negli hotel di Levico e di Roncegno, è consigliabile affidarsi al treno, a quella ferrovia della Valsugana che, inaugurata nel 1896, portò ulteriore sviluppo alle località termali. Le stazioni di Levico e Roncegno sono assai simili, costruite nello stile graziosamente alpino di fine secolo, con pensiline in ghisa e pilastri dipinti in finto legno. A Levico esiste anche il bar, simile a un padiglione da caccia e unico superstite tra i caffè che rendevano più confortevoli le antiche stazioncine della Valsugana. Le acque minerali arsenicali ferruginose che sgorgavano dai versanti della Panarotta sono all'origine dello sviluppo termale di Levico e Roncegno.

 
L'esterno della stazione di Levico (foto Agh)   La facciata che da' sui binari (foto Agh)
 
(foto Agh)   (foto Agh)
 
Allarme dei treni in arrivo (foto Agh)   Il moderno treno attuale (foto Agh)

Le virtù terapeutiche delle acque di Levico furono illustrate già nel 1785 dal medico Carlo Tonelli, ma il lancio di Levico come località termale data dalla seconda metà dell'Ottocento: nel 1860 si costituì la "Società Balneare di Levico", che ottenne dal Comune in affitto per quarant'anni le acque termali fin quando le subentrò, non senza polemiche furibonde che trasformarono il Consiglio comunale in qualcosa di molto simile a un ring, la "Società Berlinese", diretta da uno spregiudicato finanziere prussiano, G.A. Pollacsek. La società, con un ingente investimento di capitali, trasformò Levico nell'elegante cittadina che vediamo ancor oggi dotandola di un impianto urbanistico e di lussuosi stabilimenti termali.

 
Dalla stazione un lungo viale alberato portava direttamente all'ingresso del Grand Hotel (foto Agh)  

Sorsero la stazione dei treni e, accanto, lo stabilimento per l'imbottigliamento delle acque minerali, dignitoso edificio ora avvilito da anonimi capannoni appiccicati senza grazia, fu tracciato lo scenografico viale d'accesso alle terme, un tempo passeggiata elegante rallegrata dal verde, furono costruiti l'edificio delle terme e il Grand Hotel al centro di un parco che nella sua magnificenza, nella varietà di essenze - cedri, pino strobo, tigli, abeti del Colorado - costituisce tuttora la maggior attrazione della cittadina. Una nuova carrozzabile, altamente scenografica congiunse Levico e Vetriolo. La costruzione delle terme, dell'hotel, del padiglione ristorante e della palazzina per gli uffici della direzione - ora occupata dall'Azienda speciale per la gestione delle Terme di Levico, Vetriolo e Roncegno - fu affidata agli architetti tedeschi Stahn e Bosran, che si adeguarono agli standard europei dell'architettura termale con cancellate in ferro battuto, solenni colonnati, stucchi, fontane...

 
Sul colle di S. Biagio vicino alla chiesetta omonima (foto Agh)  

Lo stabilimento di Levico era uno dei più attrezzati d'Europa e vi accorreva la migliore società, fra cui l'arciduca di Baviera, re Alberto del Belgio, i Rotschild, gli industriali Rossi... A riconoscere il ruolo importante di Levico Francesco Giuseppe le diede nel 1899 la denominazione di città. Venne la prima guerra mondiale e le luci da operetta della Belle Epoque si spensero. Le terme, gravemente danneggiate dagli eventi bellici, passarono al Comune e poi al demanio statale. La gestione, al contempo autoritaria e scoordinata, portò a un calo sempre più accentuato delle presenze finché, dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale, le terme passarono alla Regione Trentino Alto Adige e poi alla Provincia di Trento. Furono riparati gli edifici danneggiati e nel 1965 fu costruito l'attuale stabilimento termale, opera dell'architetto Efrem Ferrari e abbellito dalle decorazioni in maiolica di Riccardo Schweizer.

Lo stabilimento sorge in mezzo a un parco con al centro la fontana in bronzo di Luigi Degasperi. Levico tuttavia non vuol dire solo terme: la cittadina, che già nel 1532 aveva 1200 abitanti, ha un passato ricco di storia e di arte. Vi passava la via Claudia Augusta Altinate, la più grande strada transalpina costruita dai romani che, percorrendo 500 chilometri, collegava l'Adriatico con il Danubio, partendo da Altino, presso Padova e arrivando ad Augsburg attraverso il Bellunese, il Tesino, la Valsugana, Trento, la val d'Adige, la val Venosta, il Tirolo e la Baviera. La strada è ora al centro di importanti studi e di iniziative coordinate (vi sono interessati più di 150 comuni) per inserirla in un percorso culturale e turistico del quale l'APT di Levico costituisce il centro di studio e di coordinamento.

 
La chiesetta di S. Biagio con gli affreschi (foto Agh)  

A Levico la romanità ha lasciato tracce evidenti nel monumentale sarcofago ornato di rilievi scoperto nel 1858 e posizionato in un giardino e nel miliario di Tenna, un cilindro in pietra che indica esattamente la distanza tra Feltre e Tenna, dove la Claudia Augusta Altinate si inerpicava per aggirare le grandi paludi del fondovalle prima di scendere a Pergine. Il Medio Evo ha lasciato una testimonianza di eccezione nella chiesa di san Biagio, sul colle sovrastante Levico, negli smaglianti affreschi di pittori trecenteschi legati alla cerchia padovana di Giotto e influenzati dai dipinti della cappella degli a Scrovegni a Padova. Anche i ruderi di castel Selva, recentemente ripuliti a cura della Provincia di Trento, richiamano il tempo della dominazione feudale. Il maniero era uno dei più sontuosi del Trentino: Bernardo Clesio l'aveva fatto decorare dagli artisti che lavoravano al Buonconsiglio e l'aveva arredato in maniera principesca, con mobili intagliati, tappezzerie in cuoio dorato e vasellame prezioso. La residenza era talmente confortevole che nel 1545 vi furono ospitati i delegati pontifici al Concilio di Trento Marcello Corvini (futuro papa Marcello II) e Reginaldo Pole, arcivescovo di Canterbury (che morirà appena in tempo prima di essere accusato di eresia) assieme al principe vescovo Cristoforo Madruzzo e al segretario del Concilio, Massarello.

 
L'ingresso del Grand Hotel (foto Agh)  
 
Il parco (foto Agh)  
 
(foto Agh)  

Di tanta magnificenza ci resta solo la descrizione del Massarello. Decaduto, castel Selva fu acquistato dal comune di Levico nel XVIII secolo e utilizzato come cava di materiale per l'edilizia. Smantellato in breve tempo, oggi restano solo i muri sbrecciati, il cortile acciottolato e alcuni architravi scolpiti di estrema raffinatezza inseriti nelle antiche case di Levico. La Grande Guerra, che sconvolse l'intera Valsugana, ha lasciato grandiose testimonianze nei forti austriaci: il forte delle Benne, enorme rovina in attesa di rivalutazione e il fortino di Tenna ambedue in vista del forte del Pizzo di Levico e possibile tappa di un percorso dedicato alla Grande Guerra di sicuro interesse culturale e turistico. Se Levico infine vuol dire terme, altrettanto si può affermare per Vetriolo e Roncegno, vicine località che meritano un'escursione. A Vetriolo sgorgano le acque ferruginose che fecero la fortuna della zona, raccolte in una caverna scavata nella roccia per centocinquanta metri, un'antica "canopa" (galleria mineraria) sfruttata già nel XVII da imprenditori ebrei di Pergine. L'acqua venne poi portata ai primi stabilimenti termali, modeste costruzioni che lasciarono posto all'attuale edificio in elegante stile liberty con annesso edificio per l'imbottigliamento dell'acqua minerale arricchito da fregi di Galileo Chini. Roncegno, con lo stabilimento termale e l'hotel delle Terme posto al centro di un grande parco in situazione panoramica aperta su tutta la bassa Valsugana, presenta uno dei più rappresentativi complessi termali della Belle Epoque con loggiati, terrazze, belvedere, saloni decorati da affreschi di Ardengo Soffici e da un arredo in buona parte integro che ha il clou nel mobilio del loggiato, raffinate poltroncine e tavoli bianchi e neri disegnati da Josef Hoffmann, uno dei protagonisti della Wiener Sezession, mobili per i quali la direzione del Kunstgewerbermuseum di Vienna avevano staccato un assegno in bianco, ovviamente rifiutato dalla Provincia di Trento, che ne è l'attuale proprietaria.


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