La chiesetta di S. Biagio
colle di S. Biagio, Levico
 
La troupe di Girovagando riprende gli affreschi della Chiesetta di S. Biagio (foto Agh)

E' ormai certo, che nei pressi dell'attuale chiesetta, sorgesse un castelliere della seconda metà dell'età del ferro come risulta dal rinvenimento di numerosi reperti e ceramiche del tipo Sanzeno. Nel 160 secolo era chiamato "castellaro" ed era feudo vescovile trentino. Recenti scavi hanno portato a delimitare il sito occupato dal castelliere, rinvenendo ulteriori reperti dell'epoca romana nonché ossa umane. Accanto alla chiesetta del XIII sec., a pochi metri dall'atrio, si vedono le rovine di un romitorio, dove ancora nel Settecento abitava un eremita, custode della chiesetta e "monaco" della parrocchiale di Levico.

 
Madonna e santi, pittore giottesco (foto Agh)  

Esiste inoltre un complesso di strutture murarie, che circondano parzialmente la chiesa e occupano la sommità del colle. Secondo lo studioso Monsignor Rogger c'è una struttura castellana che incorporava la chiesa, ora unico elemento superstite. Ciò si rileva dai sotterranei tuttora esistenti, da qualche rudere di mura, dall'antica tradizione e dalla denominazione "de campi a quello sottoposti, i quali tuttodì s'appellano i campi sottocastello". Nelle vicinanze vi sono i toponimi Sottocastello o dalle Castellare. Si ipotizza una struttura degli inizi del secolo XI andata fuori uso prima della fine del secolo XII. In questo arco di tempo si colloca l'acquisizione dei diritti pubblici di contea da parte dei vescovi di Trento e la determinazione di un confine preciso del loro potere temporale presso il maso di S.Desiderio, cioè al limite estremo del territorio di Levico, segnato dal diploma di Corrado II del 1027.

 
L'abside con affreschi rinascimentali (foto Agh)  

Durante le pestilenze del XVI e XVII secolo vi vennero sepolte alcune vittime del morbo, tanto che nell'estate del 1951 durante i lavori di restauro si rinvennero a fianco della chiesa tre scheletri inumati senza bara. La chiesa è composta di un'unica navata preceduta da un ampio portico (protiro) e conclusa da un'abside poligonale, coperta da volte a vela. La navatella, affrescata (XII sec.) su entrambe le pareti e con copertura a capriate lignee, risale all'epoca più antica, mentre il pronao, sotto al quale restauri recenti stanno portando alla luce interessantissimi affreschi non ancora identificati, e l'abside furono aggiunti nel successivo ampliamento (1506). Alla chiesa si accede passando attraverso una porta sormontata da architrave che illustra una fase della costruzione dell'edificio. L'aula, la parte più antica, è divisa dall'abside da un arco a tutto sesto. Il vescovo Neideck fece ampliare la chiesetta, costruendo l'abside attuale con le finestre a tutto sesto. Nell'estradosso dell'arco dell'abside, tra i medaglioni con le figure di Abramo e Davide a sinistra, e Mosè e Isaia a destra, è dipinto lo stemma Neideck. Gli affreschi all'interno della Chiesa di S.Biagio presso Levico Terme, disposti lungo le pareti e nell'interno del vano absidale, sono il risultato di interventi diversi succedutisi tra il XIV e il XVI secolo. Le figurazioni lungo le pareti laterali vennero rimesse in luce solo nel 1925 e restaurate nell'anno successivo a cura della Sovrintendenza di Trento.

 
Figure di santi, XVI secolo (foto Agh)  

Nell'occasione il Morassi, tentava una prima ricognizione dei cicli in rapporto agli svolgimenti, della pittura giottesca e agli esiti del primo Rinascimento in Trentino. In tempi recenti degli affreschi di S. Biagio si occupava Nicolò Rasmo (1971-79-'82). Lo studioso riconosceva nei "Quattro Santi" l'intervento più antico, assegnandolo ad ignoto pittore veneto di notevole livello, operante al principio del 1300. Si tratta di un esempio di pittura pregiottesca già indicato dal Morassi in relazione con l'ambiente veronese. Ad un intervento coevo, o di poco posteriore, il Rasmo (1979) faceva risalire la scena con i due offerenti e i frammenti sulla parete con S. Matteo e l'angelo appartenenti all'ambiente giottesco veneto. Ad un pittore operante sotto l'influsso della scuola riminese del 1300 (Giuliano e Baroni) il Morassi (1926) assegnava il lacunoso affresco dell'Ultima Cena nel quale riecheggiano le impostazioni volumetriche e spaziali nonché espansive delta pittura giottesca.

Al contrario il Rasmo in un primo momento (1971) collocava l'affresco sul volgere del '300, rilevandone la non agevole collocazione stilistica tra esperienze venete e lombarde. Successivamente (1982) egli assegnava l'opera allo stesso autore della Madonna col Bambino datata 1346, testimonianza isolata, come la precedente, nella quale la qualità elevata trova riscontri nella pittura veneta di influsso padovano. La Madonna in trono che allatta il bambino (parete sinistra), opera di un modesto pittore arcaicizzante del secolo XIV, trova invece ampie possibilità di confronti in territorio trentino e altoatesino con affreschi in S.Vigilio a Cles, nella Chiesa di Mariano, in quella di Pavillo, in S.Tommaso a Cavedago, sul campanile di Revò, a Caldaro.

 
Madonna allattante, pittore giottesco (foto Agh)  

L'autore, secondo il Rasmo (1971) andrebbe identificato in un pittore itinerante di tradizione giottesca, forse di origine lombarda. I personaggi assisi dietro una tribuna, in stato molto frammentario, che concludono la decorazione parietale dell'aula sono assegnati dal Morassi (1926) al principio del '400. Almeno cinque interventi caratterizzano quindi i cicli più antichi in S.Biagio. Diversamente gli affreschi dell'abside sono opera di una singola personalità. Eseguiti poco dopo il 1506 in occasione degli ampliamenti della Chiesa promossi dal notaio Bernardo Borezia (come testimonia l'iscrizione sull'architrave della porta d'ingresso) in omaggio al Principe Vescovo Giorgio di Neideck (1505-1514), le cui insegne, tre conchiglie trasversali su fondo bianco, compaiono sull'arco santo (Cetto 1952), essi sono attribuiti dal Morassi (1926) a un pittore friulano affine alla scuola di Domenico da Tolmezzo. Senza peraltro dissentire il Rasmo (1979) li ritiene più genericamente opera di buona qualità di un pittore rinascimentale proveniente dal Veneto. La prima descrizione degli affreschi si deve allo Schmöltzen (1897) con successive precisazioni ed aggiunte del Gerda (1903). Alcuni graffiti riportano date tra il 1519 e il 1560.

(foto Agh)

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