| Il Marzemino e la sua storia di Nereo Pederzolli, giornalista ed enogastromo |
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Un vino, un territorio. Legame inscindibile, autentico e schietto come solo il vino riesce a suggerire. Intreccio di colture e culture, profonde radici vitivinicole volute da gente altrettanto radicata alla propria terra. Uomini capaci di coniugare tradizione e innovazione, senza tralasciare i valori tramandati da generazioni di viticoltori. Pazienti e caparbi vignaioli che hanno creato la rara, magica dote che maggiormente accosta l’Uomo alla Natura. Viticoltori per storia. Da quando iniziarono a coltivare ogni microscopico campo in quota, su pendii a prova di gravità, per carpire terra alla montagna e, nel contempo, sfruttare al meglio il calore dei raggi solari, il clima ameno del fondovalle vocato alla vite. Le testimonianze sono infinite. La storia stessa del Trentino è ritmata anche dalle evoluzioni agricole. Fatiche ataviche che via via hanno consentito prestigiose conquiste agronomiche, consentendo alle comunità rurali di essere sempre innovative, per meglio competere nella sfida qualitativa.
Tra i vini del Trentino il Marzemino è forse quello che maggiormente evoca leggende. Raccontare la storia di questo vino rosso – e dunque del suo omonimo vitigno - è compiere un viaggio a ritroso nel tempo. Tra riscontri mitologici – i viaggi avventurosi degli eroi omerici dopo la caduta di Troia – e moderne indagini archeologiche applicate alla scienza biochimica. Intrecci suggestivi che rilanciano il fascino misterioso della vite e del Marzemino in particolare. Il vitigno che dà origine a questo “nostro” vino è giunto probabilmente nella valle dell’Adige dopo travagliate, secolari peripezie. Impossibile stabilirlo con precisione. L’evoluzione della vite è forse più misteriosa della storia stessa dell’uomo. E si presta a innumerevoli interpretazioni. Sempre e comunque legate alle ataviche gesta dei primi avventurosi vignaioli. Decisi a sfidare ogni avversità, pur di difendere e poi diffondere la cultura del vino, inteso come sano messaggero di pace, sollievo da fatiche disumane. Le stesse affrontate da quanti - abbandonando la Grecia per divulgare il culto di Diomede ed Antenore – misero a dimora in nuovi territori dei semi di vite, segni tangibili di rinascita, per radicare non solo le piante, ma anche nuove culture. Recenti indagini mitologiche-archeologiche fanno ritenere che i semi originari dell’uva Marzemino provengano addirittura dalla città di Merzifon, in Paflagonia, non a caso – come scrive Omero – il paese di Diomede. Una diffusione lenta quanto pacata, scandita dal fascino mitologico, fatta di scambi, contaminazioni culturali, avventurose conquiste e oscure devastazioni. Secoli e secoli di peregrinazioni nella “culla” mediterranea. Resta il fatto che le uve Marzavi sono citate prima in antichi registri commerciali a Cipro, poi nelle isole verso la costa dalmata e via via nei centri di scambi agricoli lungo la foce del Po e dell’Adige. Sviluppo lentissimo, ma costante. Fino a giungere ai piedi delle Dolomiti risalendo appunto il fiume Adige, fondamentale via di comunicazione tra pianura e le Alpi. Un viaggio avventuroso, legato anche ad altre, affascinanti leggende. Come quella supposizione che risale al secolo scorso. Teoria secondo la quale il nome Marzemino deriva dalla denominazione di un villaggio della Carniola, centro rurale ( ora scomparso ) situato tra la Carinzia e la Slovenia, paese chiamato appunto Marzmin. Piante di vite, in questo caso, che sarebbero state portate in Vallagarina da militari al soldo della Serenissima, quando Venezia dominava su tutto l’Adriatico, compresa la parte meridionale dell’attuale provincia di Trento. Ulteriore, magari ultimo tassello di una storia enoica tutta da scoprire.
Nome e origini fascinose, dunque, per un vino da
tutti ritenuto “gentile” nella sua giovialità. Che
da oltre cinque secoli è comunque saldamente ancorato alla tradizione
vitivinicola di una realtà trentina tra le più suggestive:
la Vallagarina. Una vallata distesa lungo il fiume Adige, racchiusa tra
le colline a sud di Trento, la conca di Rovereto, fino ai primi dirupi
che segnano il paesaggio verso Verona e la pianura veneta. Vallata fertile
per antonomasia. Tanti minuscoli agglomerati rurali, suggestivi per struttura
e mirabile sistemazione agricola. Paesi che hanno il Marzemino nella loro
stessa indole: Aldeno, Nomi, Calliano, Volano, Villalagarina, Nogaredo,
Rovereto, Mori, per citarne qualcuno, ma soprattutto Isera, da sempre
considerata la zona principe di questo vitigno. Comunità agricole
inconfondibili. Non a caso ‘Vallagarina’ può essere
intesa come la ‘valle agricola’ per eccellenza. Tutto l’habitat
è parte integrante con la coltura viticola. Non c’è
un campo incolto. La vite “è” la Vallagarina.
Tutti i castelli vantano
tutt’ora pregiati vigneti attigui le mura, trasformati dall’impegno
di esperti contadini in veri e propri giardini vitati. Così si
possono visitare manieri famosi come Castel Beseno ( recentemente restaurato
a scopi museali ) o Castel Noarna, Castello d’Avio, Palazzo Lodron
, Castel Pietra – solo per citarne qualcuno – ammirando gli
splendidi vigneti che li circondano. Vigneti dove le viti – non
solo quelle di Marzemino - segnano inconfondibilmente il paesaggio. Filari
accuditi con maestrìa da viticoltori divenuti nel tempo veri specialisti.
Per capirlo basta sostare in una delle tante cantine disseminate lungo
la Vallagarina. Aziende agricole o strutture cooperative, tutte con il
medesimo obiettivo: rendere onore e ulteriore merito al “loro”
Marzemino. Rovereto può essere giustamente ritenuta
la Capitale del Marzemino. Tutta la storia della città ruota anche
attorno alle vicissitudini legate a questo vino. Rovereto per secoli crocevia
di culture e scambi commerciali affascinanti, baco da seta compreso. Rovereto
con una sua fisionomia autonoma, fiera e indomita come uno dei suoi simboli:
il leone di San Marco, testimonianza dei legami tra la Città della
Quercia e la Serenissima. Periodo particolarmente fertile, radicali cambiamenti
di culture e colture. Che ancora incidono sul tessuto sociale della Vallagarina.
Culla culturale del Trentino, resa ancora più interessante con
la recente realizzazione del MART, il Museo d’Arte Moderna, realizzato
dall’arch. Mario Botta, costruzione futuribile in onore anche ai
grandi Futuristi roveretani, Fortunato Depero su tutti. Leone alato di
San Marco assunto pure a sigillo della qualità del Marzemino. Iniziativa
del Consorzio di Tutela, fondato negli Anni ’60 e successivamente
rafforzato con il disciplinare di produzione della DOC.
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