Il Marzemino e la sua storia
di Nereo Pederzolli, giornalista ed enogastromo
 
Foto appesa nella Cantina Spagnolli di Isera

Un vino, un territorio. Legame inscindibile, autentico e schietto come solo il vino riesce a suggerire. Intreccio di colture e culture, profonde radici vitivinicole volute da gente altrettanto radicata alla propria terra. Uomini capaci di coniugare tradizione e innovazione, senza tralasciare i valori tramandati da generazioni di viticoltori. Pazienti e caparbi vignaioli che hanno creato la rara, magica dote che maggiormente accosta l’Uomo alla Natura. Viticoltori per storia. Da quando iniziarono a coltivare ogni microscopico campo in quota, su pendii a prova di gravità, per carpire terra alla montagna e, nel contempo, sfruttare al meglio il calore dei raggi solari, il clima ameno del fondovalle vocato alla vite. Le testimonianze sono infinite. La storia stessa del Trentino è ritmata anche dalle evoluzioni agricole. Fatiche ataviche che via via hanno consentito prestigiose conquiste agronomiche, consentendo alle comunità rurali di essere sempre innovative, per meglio competere nella sfida qualitativa.

Enrico Spagnolli della Cantina Spgnolli di Isera (foto Agh)

Tra i vini del Trentino il Marzemino è forse quello che maggiormente evoca leggende. Raccontare la storia di questo vino rosso – e dunque del suo omonimo vitigno - è compiere un viaggio a ritroso nel tempo. Tra riscontri mitologici – i viaggi avventurosi degli eroi omerici dopo la caduta di Troia – e moderne indagini archeologiche applicate alla scienza biochimica. Intrecci suggestivi che rilanciano il fascino misterioso della vite e del Marzemino in particolare. Il vitigno che dà origine a questo “nostro” vino è giunto probabilmente nella valle dell’Adige dopo travagliate, secolari peripezie. Impossibile stabilirlo con precisione. L’evoluzione della vite è forse più misteriosa della storia stessa dell’uomo. E si presta a innumerevoli interpretazioni. Sempre e comunque legate alle ataviche gesta dei primi avventurosi vignaioli. Decisi a sfidare ogni avversità, pur di difendere e poi diffondere la cultura del vino, inteso come sano messaggero di pace, sollievo da fatiche disumane. Le stesse affrontate da quanti - abbandonando la Grecia per divulgare il culto di Diomede ed Antenore – misero a dimora in nuovi territori dei semi di vite, segni tangibili di rinascita, per radicare non solo le piante, ma anche nuove culture.

Recenti indagini mitologiche-archeologiche fanno ritenere che i semi originari dell’uva Marzemino provengano addirittura dalla città di Merzifon, in Paflagonia, non a caso – come scrive Omero – il paese di Diomede. Una diffusione lenta quanto pacata, scandita dal fascino mitologico, fatta di scambi, contaminazioni culturali, avventurose conquiste e oscure devastazioni. Secoli e secoli di peregrinazioni nella “culla” mediterranea. Resta il fatto che le uve Marzavi sono citate prima in antichi registri commerciali a Cipro, poi nelle isole verso la costa dalmata e via via nei centri di scambi agricoli lungo la foce del Po e dell’Adige. Sviluppo lentissimo, ma costante. Fino a giungere ai piedi delle Dolomiti risalendo appunto il fiume Adige, fondamentale via di comunicazione tra pianura e le Alpi. Un viaggio avventuroso, legato anche ad altre, affascinanti leggende. Come quella supposizione che risale al secolo scorso. Teoria secondo la quale il nome Marzemino deriva dalla denominazione di un villaggio della Carniola, centro rurale ( ora scomparso ) situato tra la Carinzia e la Slovenia, paese chiamato appunto Marzmin. Piante di vite, in questo caso, che sarebbero state portate in Vallagarina da militari al soldo della Serenissima, quando Venezia dominava su tutto l’Adriatico, compresa la parte meridionale dell’attuale provincia di Trento. Ulteriore, magari ultimo tassello di una storia enoica tutta da scoprire.

Livio Mario Cipriani dell'Azienda Agricola Speron D'Oro (foto Agh)

Nome e origini fascinose, dunque, per un vino da tutti ritenuto “gentile” nella sua giovialità. Che da oltre cinque secoli è comunque saldamente ancorato alla tradizione vitivinicola di una realtà trentina tra le più suggestive: la Vallagarina. Una vallata distesa lungo il fiume Adige, racchiusa tra le colline a sud di Trento, la conca di Rovereto, fino ai primi dirupi che segnano il paesaggio verso Verona e la pianura veneta. Vallata fertile per antonomasia. Tanti minuscoli agglomerati rurali, suggestivi per struttura e mirabile sistemazione agricola. Paesi che hanno il Marzemino nella loro stessa indole: Aldeno, Nomi, Calliano, Volano, Villalagarina, Nogaredo, Rovereto, Mori, per citarne qualcuno, ma soprattutto Isera, da sempre considerata la zona principe di questo vitigno. Comunità agricole inconfondibili. Non a caso ‘Vallagarina’ può essere intesa come la ‘valle agricola’ per eccellenza. Tutto l’habitat è parte integrante con la coltura viticola. Non c’è un campo incolto. La vite “è” la Vallagarina.

Vallata suggestiva per storia e consuetudini agricole, ma anche per salde tradizioni culturali. Lo testimoniano i numerosi castelli disseminati lungo il corso del fiume Adige. Manieri situati in punti strategici, baluardi di difesa individuati già nella preistoria. Via via trasformati in roccaforti a difesa delle comunità o a prioritario beneficio delle nobili famiglie feudali. Ma sempre simboli della vitalità vitivinicola della Vallagarina.
Dinastie nobiliari che hanno difeso pure le peculiarità enologiche di questo territorio. Legando al vino pagine di storia, aneddoti, curiosità. Come quella del primo concerto italiano del giovanissimo Mozart, ospite in Vallagarina dei Lodron, famiglia protagonista indiscutibile dello sviluppo lagarino. Mozart che non dimentica la sua sosta roveretana, il suo primo successo giovanile. E qualche anno più tardi, rende onore al vino di casa Lodron, il Marzemino …scegliendolo, d’accordo con il suo librettista Lorenzo Da Ponte, come bevanda per il finale menu del famoso Don Giovanni ( atto secondo, scena quinta ) : “ …Versa il vino, l’eccellente Marzemino!”.

Beppino Raffaelli di Maso Salengo, Volano (foto Agh)

Tutti i castelli vantano tutt’ora pregiati vigneti attigui le mura, trasformati dall’impegno di esperti contadini in veri e propri giardini vitati. Così si possono visitare manieri famosi come Castel Beseno ( recentemente restaurato a scopi museali ) o Castel Noarna, Castello d’Avio, Palazzo Lodron , Castel Pietra – solo per citarne qualcuno – ammirando gli splendidi vigneti che li circondano. Vigneti dove le viti – non solo quelle di Marzemino - segnano inconfondibilmente il paesaggio. Filari accuditi con maestrìa da viticoltori divenuti nel tempo veri specialisti. Per capirlo basta sostare in una delle tante cantine disseminate lungo la Vallagarina. Aziende agricole o strutture cooperative, tutte con il medesimo obiettivo: rendere onore e ulteriore merito al “loro” Marzemino.
Vino che si sviluppa in sinergia con le altre peculiarità del territorio lagarino.

Con i prodotti delle vallate attigue, quelle in quota, dove non alligna la vite. Ecco allora formaggi nostrani altrettanto inconfondibili come il Vezzena, vanto della tradizione casearia delle malghe dell’omonimo altopiano, situato proprio sopra la Vallagarina. Tanti altri formaggi di malga, a latte crudo, proposti dai contadini dell’Altopiano di Brentonico, prodotti schietti, dal sapore genuino garantito dalla tradizione rurale trentina. E ancora, gli ortaggi della Valle di Gresta, paradiso biologico, amena valle curiosamente chiamata la ‘valle degli ortaggi’, per la capillare quanto naturale coltivazione di verdure di montagna. Altrettanto golose le mele dei frutteti che affiancano talvolta i filari di vite, mele golden succose quanto indelebilmente “marchiate” Trentino. Prodotti variegati – doveroso citare i salumi nostrani della Vallagarina – e pure trote pescate in allevamenti che sfruttano esclusivamente l’acqua incontaminata dei ruscelli montani.

Rovereto può essere giustamente ritenuta la Capitale del Marzemino. Tutta la storia della città ruota anche attorno alle vicissitudini legate a questo vino. Rovereto per secoli crocevia di culture e scambi commerciali affascinanti, baco da seta compreso. Rovereto con una sua fisionomia autonoma, fiera e indomita come uno dei suoi simboli: il leone di San Marco, testimonianza dei legami tra la Città della Quercia e la Serenissima. Periodo particolarmente fertile, radicali cambiamenti di culture e colture. Che ancora incidono sul tessuto sociale della Vallagarina. Culla culturale del Trentino, resa ancora più interessante con la recente realizzazione del MART, il Museo d’Arte Moderna, realizzato dall’arch. Mario Botta, costruzione futuribile in onore anche ai grandi Futuristi roveretani, Fortunato Depero su tutti. Leone alato di San Marco assunto pure a sigillo della qualità del Marzemino. Iniziativa del Consorzio di Tutela, fondato negli Anni ’60 e successivamente rafforzato con il disciplinare di produzione della DOC.

“Iterum rudit leo” campeggia sul marchio del vero Marzemino Trentino, disegno ripreso dal dipinto di Marussig che campeggiava sulla carlinga dell’aereo con il quale Gabriele D’Annunzio volò su Vienna, ora conservato nel Museo storico di Rovereto.
Un ruggito leonino per un vino immediato, quasi beverino se bevuto ancor giovane; più evoluto e calibrato se assaggiato come “riserva”, con qualche annata di stagionatura in fresche cantine domestiche. Marzemino testimone del tempo, custode prezioso di usi e costumi leggendari, quanto vino morbido, moderno, indimenticabile.

Beppino Raffaelli nei vigneti dei "Ziresi" di Maso Salengo a Volano (foto Agh)


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