| La rivolta contadina del
1525 La guerra rusticana nel Trentino |
Alla sua morte, avvenuta nel 1519, l'Imperatore d'Austria Massimiliano d'Asburgo, Imperatore Romano e principe del Tirolo, soprannominato in Trentino "Massimiliano Pochidenari", lasciò in Trentino una situazione non molto tranquilla: guerre, invasioni, spoliazioni continue, l'aumento delle imposte per saldare i debiti lasciati dal monarca, avevano ridotto sia il popolo che i nobili in stato di povertà. A godere di una situazione di privilegio erano il clero e i dignitari della chiesa, arricchitisi in maniera esagerata e diventati loro stessi piccoli tiranni locali. Questa situazione permise al luteranesimo e alle dottrine religiose nate in Germania e in Svizzera di fare breccia tra i contadini come reazione agli eccessi del papato e al malcostume del clero. Il malcontento serpeggiava da anni nelle valli trentine: già nel 1477 si ebbe una prima ribellione nelle valli di Non e di Sole, culminata nell'assalto al castello di Coredo e alle case dei rappresentanti del Principe Vescovo. La rivolta fu velocemente sedata, ma non il malumore della gente. La protesta religiosa si saldò alla ribellione per le imposte, per le pratiche giudiziarie, al rifiuto dei nuovi burocrati nominati dai principi in sostituzione dei vecchi ufficiali pubblici locali, il rifiuto dei provvedimenti restrittivi alle autonomia locali decisi dal centralismo asburgico, restrizioni sui permessi di caccia e di pesca e sull'uso dei pascoli, e si alimentò delle idealità di un socialismo ante litteram. La parola d'ordine dei contadini era: esenzione dalle imposte, uguaglianza e abolizione dei privilegi. La "rivolta dei contadini" o "guerra rusticana" partì improvvisamente la notte fra il 10 e l'11 maggio 1525 a Bressanone, guidata da Michael Gaismayr, vero leader carismatico, e ben presto si diffuse nel resto della regione, spesso fomentata da luterani di origini tedesche. Ai contadini del principato di Bressanone si unirono i minatori della Valsugana, guidati da Francesco Clesèr, i contadini delle valli di Non e Sole, coinvolgendo nella rivolta ampi strati della popolazione, compresi spesso i borghesi e, in Valsugana e Val di Non, anche qualche sacerdote. Il convento dei padri Agostiniani vicino al passo delle Palade fu dato alle fiamme, il castello di Castelfondo venne saccheggiato, vennero devastati i castelli di Flavon, Sporo Rovina, Belasi. Si ebbero danni ed incendi a Madonna di Campiglio, a Coredo, a Malè, a Croviana. Vennero uccisi il castellano di Nomi, il capitano Giorgio Puser a Castel Ivano in Valsugana, a Cles il fratello del Principe Vescovo Bernardo Clesio. I castelli di Ossana e di Samoclevo in val di Sole vennero assediati. Ferdinando I, fratello del nuovo imperatore Carlo V e delegato alla gestione del potere nel Tirolo, dopo aver tergiversato a lungo, non disponendo al momento delle forze necessarie alla repressione, convocò a Merano una Dieta alla quale furono ammessi sia i contadini che i rappresentanti delle corporazioni. A Leonardo da Fiè, rappresentante di Ferdinando, fu presentata la "carta di Merano", redatta in italiano e tedesco, contenente le richieste dei rivoltosi, basata su principi di uguaglianza e di giustizia molto avanzate per quei tempi. Si chiedevano il ripristino delle autonomie comunali e l'istituzione di un sistema elettivo per la scelta degli amministratori pubblici locali, la difesa della proprietà agricola rurale e dei contadini, la trasformazione di gran parte dei conventi in ospizi o ospedali, l'abolizione del potere ecclesiastico e la restituzione del potere al popolo. Una seconda Dieta convocata ad Innsbruck prese in esame le richieste presentate da Gaismayer e dai suoi, approvando qualche concessione, seppure di gran lunga inferiore alle richieste. Il 12 agosto Leonardo da Fiè, fattosi forza delle truppe imperiali in arrivo dalla pianura padana, chiese alle popolazioni un giuramento di fedeltà, che gli insorti gli rifiutarono. Per tutta risposta il 29 di agosto si ebbe quello che fu probabilmente l'ultimo episodio eclatante della ribellione: l'assalto alle mura di Trento, risoltosi velocemente con la sconfitta dei rivoltosi. La repressione in Trentino fu spietata. Una "festa della conciliazone" organizzata a Trento si risolse in un tranello architettato, pare, dal capo delle truppe del Principe Vescovo, che fece circondare la piazza. Isolò quindi quelli che ritenne i capi della rivolta: molti di loro vennero uccisi o torturati, alcuni vennero impiccati, ad altri furono tagliate le mani o strappati gli occhi. Diverse decapitazioni vennero eseguite in piazza Duomo a Trento. Di tutti i capi della rivolta il solo Gaismayr riuscì a fuggire e a salvarsi la vita. La terribile repressione spense per sempre ogni aspirazione rivoluzionaria in regione, ed i contadini trentini, che furono tra i primi a ribellarsi nel Tirolo, dovettero attendere i tempi di Andreas Hofer per ritrovare il coraggio e la forza di riprendere in mano il proprio destino seppure in un contesto completamente diverso e con intenti conservativi più che rivoluzionari. torna alla puntata home page
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