14 ALBERI MONUMENTALI DELLA VAL DI FIEMME
Ti chiamano con il vento e poi, nel silenzio, iniziano a raccontare
 
Amazzonia? No, Val di Fiemme in Trentino (foto Agh)

Edito da Azienda di Promozione Turistica Val di Fiemme

Ci sono 60 milioni di alberi in Val di Fiemme. Ed ogni albero è bello ed utile ma ce ne sono di straordinari. Per la loro altezza, le dimensioni del fusto, le forme singolari, l'età, sono dei veri monumenti naturali e meritano di essere scoperti, conosciuti, ammirati.

 
Abete bianco (foto Agh)  
 
Marcello Mazzucchi (foto Agh)  
Essi non ci forniscono solamente ossigeno, ci lasciano stupefatti. Con le forme dei tronchi, dei rami, della chioma, raccontano storie plurisecolari, ci parlano del tempo e di un ambiente che condividono con noi. Basta andar loro incontro, osservare e stare ad ascoltare. Ogni foresta di Fiemme custodisce al suo interno qualche albero monumentale da rispettare e custodire gelosamente sempre anche quando muore e crolla a terra. In questa pubblicazione se ne descrivono 14 fra i più maestosi e caratteristici ma ce ne sono molti altri sparsi in tutto il territorio della vallata che ognuno potrà scoprire di persona con comode passeggiate nel mondo del bosco. A ciascuno è stato dato un nome che ne rispecchia le caratteristiche peculiari, ne richiama l'ambiente di crescita e magari il rapporto con persone del luogo. Alcuni sono molto vicini ai paesi e alle strade e si possono raggiungere con brevi passeggiate, fuori porta. Altri vegetano in siti più lontani, nel cuore del bosco o in prossimità delle cime. Per arrivare da loro occorre percorrere i sentieri di montagna, alcuni realizzati proprio per consentire di conoscere questi monumenti verdi e provare le emozioni che essi sanno trasmettere.

 
Abete rosso (foto Agh)  
Di chi sono gli alberi monumentali?

Dei proprietari dei boschi della vallata e quindi della Magnifica Comunità di Fiemme, dei Comuni, Regole e anche di singoli privati. Vorremmo dire però che essi appartengono a tutti coloro che sanno apprezzare queste presenze straordinarie del mondo del bosco e della montagna.

E che fine faranno?

Siamo certi che nessuno li taglierà privando il bosco di questi gioielli. Il loro valore non sta nel legno. Molti vivranno ancora per secoli, secondo il volere di madre natura. E poi un albero monumentale non cessa mai di esserlo nemmeno quando dissecca e crolla a terra. Merita sempre ammirazione e rispetto.

Si può parlare di un carattere delle piante?

Si direbbe di sì osservando i loro comportamenti e il loro luogo di crescita. Il larice è generoso, lavora per gli altri, va ad occupare i terreni abbandonati, li migliora e poi li lascia ad altri; il pino silvestre è umile e schivo, vive sui terreni più magri, asciutti, rifiutati dalle altre specie, solo l'erica e pochi arbusti frugali gli fanno compagnia; l'abete rosso è un po' prepotente, va ad occupare ogni ambiente favorevole sostituendosi alle altre piante; la betulla è vanitosa, fate caso, sfoggiando la sua corteccia bianca si mette sempre in mostra all'aperto, nei prati, nei pascoli, a bordo strada dove tutti la possono vedere.

GLI ALBERI PIÙ

Il più grosso "Il Re Leone" circonferenza a terra m.7.10 circonferenza a m. 1.30 m. 5.40
Il più alto "Le Colonne della Casaia" m.52 e m. 50
Quello col volume maggiore "Il Maestro dei Pertegari" mc. 25
Il più vecchio "Il Re Leone" 700-800 anni

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
L'ETERNO

Chi è: un pino cembro secco in piedi sopra un masso squadrato
Dov'è: sui Lagorai vicino al Lago delle Buse a 2050 m. di quota.
Come ci si arriva: a Molina di Fiemme si prende la strada provinciale per il Passo Manghen, si attraversa la Val Cadino e si sale fino al Rifugio, dove si può posteggiare. Di qui si prosegue a piedi per ca. 40 minuti lungo il sentiero basso n.322 chiaramente segnalato lungo tutto il tragitto. Chi percorre il sentiero è di solito diretto al Lago delle Buse o, più avanti, al Lago delle Stellune o ancora alle varie cime della Catena dei Lagorai. Sono queste le mete più ambite. Ma è lui che attira l'attenzione per primo ancora mentre si cammina e lo si scorge in lontananza. Viene spontaneo di affrettare il passo e arrivarci vicino. Non è un albero vivo come si è soliti vedere e immaginare. E' uno scheletro d'albero, una scultura, issato su quel diedro di porfido sembra proprio un monumento all'albero posto lì in posizione panoramica perché tutti lo possano ammirare. Sul tronco nudo e contorto sono rimasti mozziconi di rami spezzati nel corso degli anni dal vento e dalla neve. Anch'essi sono componenti essenziali della scultura. Si vede che qualcuno in basso è stato tagliato di netto dall'uomo nei decenni passati per far legna. Per far legna o forse chissà per partecipare al disegno di una natura artista. Del resto il legno di pino cembro, tenero e profumato, è da sempre il più ricercato per le sculture lignee. Le grosse radici scendono ad abbracciare il sasso per immergersi nel terreno, altre, più sottili, si allungano ad esplorare ogni fessura della pietra. C'è ancora vita su quel tronco senza corteccia, tanti licheni neri e gialli lo rivestono per tutta la sua lunghezza e non lo abbandonano mai. Davvero un albero è fonte di vita, sempre! Chi passa di lì si ferma e guarda incuriosito, qualcuno ha inciso sul legno il cuore con dentro le iniziali del nome. Da quanti anni è secco quel pino cembro? Nessuno lo sa dire e tanto meno sappiamo per quanti anni è vissuto, probabilmente per secoli. Anche le persone anziane lo ricordano così, sempre ritto su quel sasso come lo vediamo ora. Sappiamo che gli alberi sono effimeri come noi umani, mentre il bosco è perenne, eterno, ma a guardare quel tronco, sempre lì in piedi a sfidare ogni insidia del tempo, ci piace pensare che qualche buona fata abbia reso eterno anche lui.

La Val Cadino

Delle vallate laterali dell'Avisio, la Val Cadino è la valle del bosco per eccellenza, completamente guarnita di foreste, estese dal fondovalle alle cime. Intagliate nel cuore del bosco sono rimaste solamente due malghe ancora monticate. Ogni anno qui si tagliano circa 20.000 alberi ma ne crescono molti di più ed il bosco da decenni conquista sempre nuovi spazi. E' questa anche una valle molto battuta dal vento che provocò il crollo di ampie superfici boscate soprattutto in occasione dell'alluvione del novembre 1966 e, più di recente, nel mese di settembre dell'anno 2000, allorché gravi danni si ebbero anche lungo la strada per il Passo di Lavazè. Vedendo però in pochi anni il bosco rinascere a nuova vita ci si rende conto delle enormi capacità della natura di ricucire ogni ferita. In alto il bosco si dirada in modo che ogni albero possa fruire di una piena illuminazione ma è proprio qui che mette in mostra i suoi gioielli, i monumenti vegetali.

L'alleanza fra i grossi sassi e gli alberi

Molti alberi in alta montagna vivono sui grossi sassi o vicino ad essi. Come mai? In realtà quella singolare posizione li avvantaggia. Alle quote elevate infatti il fattore limitante per la vita delle piante è il freddo, non tanto il freddo invernale ma l'insufficiente calore estivo. La pietra immagazzina calore e lo trasmette come una scaldina ai piedi degli alberi che acquistano così energia vitale e allungano le radici in basso e lateralmente alla ricerca di acqua, nutrienti e di approdi sicuri. Perciò in questi ambienti nascere su di un sasso o in prossimità di esso, per un albero è come nascere sotto una buona stella.

Il pino cembro e la nocciolaia

Il pino cembro , detto anche "zirmo," è una pianta di origine siberiana giunta fino a noi a seguito delle glaciazioni. Sulle nostre montagne vive a quote elevate, al limite superiore del bosco. La Catena dei Lagorai rappresenta il limite meridionale di espansione di questa specie. Alla sua diffusione concorre la gazza nocciolaia che si ciba tutto l'anno dei suoi semi, buoni come i pinoli. Li trasporta lontano e li nasconde. Quei pochi che perde o che non riesce a ritrovare bastano a diffondere il bosco. Attorno al Passo del Manghen ce ne sono così tanti di questi alberi che sembra di essere sulla montagna dei zirmi.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
LA TORRE DI PISA

Scheda tecnica pino cembro che pende
circonferenza del tronco m 3.50
altezza m. 14
età 300 anni
dov'è: a bordo della strada del Passo Manghen a 1km. dal Passo, a 1930 m. di quota. come ci si arriva: in macchina percorrendo la strada provinciale A rendere singolare questo zirmo è il suo fusto pendente verso la strada con la chioma che la va a coprire e le fa da ombrello. Tutte le macchine in transito ci passano sotto ed una domanda viene spontanea: come fa a star su, a non cadere? La risposta è scritta nel linguaggio dell'albero. Basta posteggiare poco più avanti dove c'è posto, arrivare alla base del tronco e osservarlo. Nella parte a monte è guasto e così pure le grosse radici. Fosse per loro sarebbe già crollato da tempo quel zirmo, si è solo piegato perché sul lato opposto, verso la strada, ci sono radici possenti e sane che si affondano nel terreno a cercare un attracco sicuro. Quelle radici sembrano proseguire in alto nel fusto con robuste costolature e sono in grado di sostenere l'albero anche quando è carico di neve e viene investito da forti venti. Quando ci si passa sotto in macchina vale la pena di rallentare e guardarlo mentre d'inverno magari durante le escursioni sulla neve quando la strada è chiusa, si può anche sostare sotto quella chioma. Stiamo tranquilli, lui è come la torre di Pisa, pende ma non cade!

Malga Buse (foto Agh)

IL RE LEONE


Scheda tecnica specie: pino cembro.
Circonferenza del tronco alla base m.7.10
Circonferenza a m.1.30 m.5.40
diametro a m. 1.30 m.1.70
altezza m.20
Età 700-800 anni
Dov'è: in località Pian della Fava, nell'alta Val Cadino a quota 1950 m. s. l. m.
Come ci si arriva: ci sono due percorsi. Con il primo, più breve e meno impegnativo, si prende in corrispondenza del Rifugio Manghen il sentiero n.322 fino a quota 2050 poco prima del Lago delle Buse, di qui si scende per un altro sentiero diretto a Malga Buse.


 
Re Leone (foto Agh)  
Giunti ai fabbricati della malga si procede verso est per ca. 600 metri. L'albero, segnalato da un cartello, è 150 metri sotto il sentiero. In tutto sono 2,5 km da fare a piedi. Chi sceglie il secondo percorso deve lasciare la macchina a Ponte Stue nel fondovalle della Val Cadino e poi proseguire a piedi per 6 km. per ca. metà sulla strada forestale fino a Malga Stue Alta e più avanti sul sentiero per Malga Buse e Pian della Fava come sopra. Re Leone vive in un luogo nascosto, lontano dalle mete usuali di chi va in montagna, le cime, i laghi, i passi. Lui è solo un albero ma un albero straordinario che merita di essere conosciuto. Per raggiungerlo è necessario sapere bene dov'è, poi non lo si dimentica. Bisogna arrivare ai suoi piedi per rendersi conto che è davvero gigantesco. Alla base e ad altezza d'uomo è il più grosso albero della Val di Fiemme. Sorprendenti sono poi le sue forme. Da quel tronco enorme escono a varia altezza delle grosse branche che salgono in alto diritte dopo aver disegnato alla base un'ampia curvatura. Ci si potrebbe sedere sopra comodamente. E' come una casa a più piani, ad ogni piano il suo bel balcone. In alto poi sia il tronco principale che quelli secondari si suddividono ripetutamente formando una chioma rotonda con cento cime. Si potrebbe dire che questo non è un singolo albero, ma un albero- bosco. Con il re c'è tutta la famiglia regnante. Accanto a sé egli si tiene anche l'erede designato, un zirmo figlio con un diametro che è già di un metro, che promette bene. Le radici dei due alberi sono saldate tra loro per procurarsi assieme acqua e nutrienti, la mensa è comune. Anche l'albero figlio dà origine a fusti secondari con la stessa caratteristica curvatura basale a conferma che quel disegno è proprio nel DNA della dinastia.

 
Re Leone (foto Agh)  
 
Guardie forestali (foto Agh)  
 
Baite in Valle dei Mocheni (foto Agh)  
 
Malga abbandonata in Val Ziolera (foto Agh)  
Perché il nome " RE LEONE "?

Perché come il leone è re fra gli animali, lui lo è fra gli alberi ma non solo per questo. C'è un'altra ragione più importante che riguarda il rapporto tra questo zirmo e Leone , una persona che abita a Masi di Cavalese e che ha sempre fatto il boscaiolo. Da qualche anno lavora presso il vivaio forestale ad allevare le piantine per il rimboschimento. Nel 1970 egli aveva il compito di abbattere quell'albero assieme a molti altri della zona. Quando però gli giunse accanto con la motosega non se la sentì di tagliarlo e fece presente al responsabile forestale l'opportunità di lasciare in piedi un simile monumento. Così grazie alla sensibilità di Leone , "Re Leone" è sempre lì a regnare sui suoi verdi sudditi ed a farsi ammirare da quanti gli faranno visita.

Camminare sui Lagorai

Chi sceglie i Lagorai per le sue escursioni sceglie la montagna vera, ancora poco disturbata, con poche strade, poche macchine. In un territorio così vasto capita di camminare per ore senza vedere nessuno. Quando si incontra qualcuno ci si saluta sempre. La fatica del cammino rimane qui uno dei filtri genuini della montagna. Una fatica che ti premia con la visita ad ambienti di singolare bellezza che ripropongono ad ogni passo la varietà e l'armonia di una natura sovrana. Per apprezzare e vivere in pienezza questo mondo conviene camminare piano, osservando ogni cosa con attenzione, piccola o grande che sia, mettendosi ogni tanto in ascolto per avvertire le tante voci della natura, i suoi silenzi, il suo respiro.

L'abbandono della montagna

Fino ai recenti anni 60 in un economia basata sul prelievo delle risorse naturali tutto il territorio montano dalla primavera all'autunno era molto più abitato di adesso. Pastori, malgari, boscaioli pernottavano nelle baite. Con l'avvento del turismo molte malghe sono state abbandonate ed anche molti boschi non vengono più utilizzati. La presenza dell'uomo si concentra in pochi ambienti. Dove l'uomo si ritira la natura torna padrona e il bosco avanza, spiace però che in tal modo si assista alla modifica di paesaggi familiari e si stiano perdendo attività e modi di vivere che rappresentano un prezioso patrimonio della cultura di montagna.

Lagorai (foto Agh)

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
IL ZIRMO DEI ZOCHI ALTI

Scheda tecnica specie: pino cembro
circonferenza del tronco alla base m.5.30
altezza m.25
età plurisecolare
Dov'è: in località Zochi Alti nella foresta demaniale di Cadino a 1800 m. di quota. Come ci si arriva: Ci sono due possibilità. La prima, più facile, prevede di salire in macchina da Valfloriana fino a Malga Sass, proseguendo poi a piedi sul sentiero in quota verso i Prai delle Fior e più avanti lungo una strada boschiva che entra nella foresta demaniale dopo il Rio Catarinello. Il tragitto è di ca 4 km. L'albero è posto a 200 m. sopra la strada.
La seconda possibilità prevede la salita dalla Val Cadino arrivando in macchina fino alla località Zochi mettendosi poi in cammino per 7 km. sempre nel bosco lungo le strade forestali. Nel cuore di una foresta con abeti, larici e zirmi di aspetto normale ecco un pino cembro di aspetto bizzarro, singolare. Il grosso albero a uno - due metri da terra si suddivide in ben tredici tronchi che sfilano in alto diritti dopo aver disegnato un'ampia curvatura. Ci si potrebbe salire sopra e sedersi comodamente come su delle panche. Anche il gallo cedrone ne approfitta per le sue soste e per dormire. Tutti quei fusti sono disposti a cerchio in modo da andare a formare in alto un'ampia chioma rotonda. Di essi sette sono vivi e vigorosi, gli altri sei sono secchi ma ancora ben piantati sul tronco principale. La selezione naturale che si attua nel bosco qui ha operato sul singolo albero anche se lui , per quanto nato da un unico seme , se non proprio un bosco, è almeno un boschetto sospeso a un metro da terra.

Come mai un albero si suddivide in più tronchi?

In condizioni normali gli alberi delle nostre montagne tendono a formare un unico fusto diritto rivestito lateralmente dai rami. Allorché però la cima si spezza o viene danneggiata dalle intemperie o magari mangiata dalla selvaggina, l'albero invia un messaggio biologico ad uno dei rami più alti con l'ordine di ripiegarsi all'insù per andare a riformare una nuova cima. Capita che per cautelarsi qualche albero invii simili messaggi a più rami, tutti ubbidiscono e così abbiamo queste forme singolari.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
IL PEZO DEL GAZOLIN

Scheda tecnica specie: abete rosso
circonferenza del tronco alla base m.5.00
circonferenza a metri 1.30 m.4.30
diametro a m. 1.30 m.1.37
altezza m.30
volume mc. 15.00
età 200 anni
Dov'è: in località Gazolin all'inizio della Val Moena Come ci si arriva: dalla località Cascata si prosegue lungo la strada per la Val Moena per meno di un chilometro, dove si può posteggiare la macchina e si prosegue a piedi a sinistra per ca. 300 metri seguendo l'indicazione " albero monumentale". Il percorso è breve e molto facile. Si può anche salire a piedi lungo il sentiero nel bosco sopra la cascata o ancora per chi proviene da Salanzada percorrendo una strada forestale per circa 1km. Si arriva a questo albero gigantesco con una comoda passeggiata dapprima nel pascolo e più avanti sulla stradina nel bosco fra le chiome degli alberi. Sul terreno il muschio che tutto copre, il rumore dell'acqua sempre vicino. È bello arrivare anche d'inverno con la neve. Quel grosso tronco appare all'improvviso proprio a bordo strada. Per chi è distratto c'è un cartello che lo segnala. E' davvero enorme, fuori misura rispetto agli alberi vicini. Per apprezzarlo meglio ci si avvicina, si tocca la corteccia, si prova ad abbracciarlo, si impara a conoscerlo. Oltre alle dimensioni dell'albero a sorprendere è l'architettura dei suoi rami, tanti e robusti, ognuno inserito su quel fusto con una singolare gibbosità per rendere più saldo il legame con la pianta madre. Sembra una scala a pioli che sale fino alla cima. "Gli alberi sono le scale che portano i nostri pensieri in alto, fin lassù...." E' ancora in pieno vigore il "Pèzo del Gazolin", ogni anno spinge la sua cima in su per una trentina di cm. e pure il diametro del tronco si accresce di ca. un centimetro. Di questo passo chissà come sarà fra 100-200 anni!

L'albero e il suo sasso

Accanto al grande abete c'è un grosso sasso parzialmente infisso nel terreno con la punta rivolta verso quel tronco, quasi a volerlo guardare. Fra loro c'è una storia in comune e insieme raccontano pagine importanti della storia della valle. Quel masso di porfido venne portato lì dal ghiacciaio, che scendeva dalla montagna almeno diecimila anni fa durante l'ultimo periodo glaciale. Nel corso dei millenni e dei secoli successivi si rivestì di licheni e di muschi, favorì attorno a sé la formazione del terreno creando un ambiente idoneo per la crescita del suo vicino albero a cui ha fornito fin dalla nascita umidità e calore. Anche grazie a lui quell'abete è diventato gigantesco. Crescendo si è avvicinato sempre più al suo sasso. Ora è a ca. 40 cm. e con gli anni arriverà a toccarlo e poi magari ad avvolgerlo consolidando così un legame che dura da una vita.

Quanto sono lunghe le radici degli alberi?

Almeno quanto la lunghezza dei rami più bassi e anche di più sui terreni poveri. E così le radici del nostro "Pezo" sono lunghe almeno una decina di metri come i suoi primi rami. E quanto sono utili! Non solo per nutrire le piante e ancorarle al suolo. Ad esempio quelle del nostro albero monumentale esplorano il terreno su un'area di ca. 300 mq drenandolo in profondità, imbrigliandolo e trattenendolo. Ecco perché difficilmente in bosco si hanno franamenti. Su quella stessa superficie, 300mq, il suolo è in grado di immagazzinare e trattenere come una spugna ca. 150 mc di acqua, 150mila litri, acqua che in parte (20% ca.) sarà utilizzata dall'albero e per il resto raggiungerà il torrente a distanza di tempo con un cammino lento in profondità contribuendo così ad assicurare la perennità delle sorgenti e la costanza delle portate del corso d'acqua evitando pericolosi fenomeni di piena. Quanta vita sottoterra! Miliardi di microrganismi in pochi metri di bosco -funghi, batteri, alghe, lombrichi...- che decompongono e trasformano foglie, rami e tutto ciò che cade a terra. Una vita nascosta e invisibile che consente e prepara la vita di tutti gli esseri che vedono il cielo.

Abete bianco (foto Agh)

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
LE COLONNE DELLA CASAIA

Scheda tecnica specie: un abete rosso e un abete bianco circonferenza a m. 1.30:
abete rosso m.3.00
abete bianco m.2.58
volume abete rosso mc.12.00
volume abete bianco mc.11.00
altezza abete rosso m.50
altezza abete bianco m.52
età 200 anni
Dove sono? in località Casaia, Comune di Cavelese, a 1290 m. di quota s. l. d. m. Come
ci si arriva: da Cavalese si sale con la cabinovia fino alla stazione intermedia del Cermis proseguendo poi a piedi su una comoda strada di bosco dapprima pianeggiante e poi in leggera salita per ca 1,8 km. E' possibile anche salire da Salanzada con un percorso a piedi dopo questa località di ca. 2,5 km. "Gli alberi sono le colonne che sostengono il cielo" dicono gli Indiani d'America e poi saggiamente aggiungono "..se cadono loro anche il cielo ci cadrà addosso.." riflettendo sui tanti valori del bosco e sul fatto che se non ci fossero gli alberi non ci sarebbe possibilità di vita nemmeno per noi umani. Questi due abeti, affiancati a ciglio strada, sono davvero colonne lunghe e diritte con la chioma che si innesta sul fusto molto in alto, ad oltre 30 metri. Nella città degli alberi loro "le Colonne" sono i grattacieli, sicuramente sono da annoverare fra gli abeti più alti della Val di Fiemme e di tutto l'arco alpino. Nelle vicinanze ci sono altri alberi molto alti che emergono da un fitto bosco di giovani abeti ma loro hanno spinto la chioma più in alto di tutti di un paio di metri e possono permettersi di guardare i vicini e tutti i viventi dall'alto al basso.

L'abete rosso e l 'abete bianco

Sono due specie diverse di abeti che nella bassa e media montagna amano vivere assieme. In Val di Fiemme e in tutto l'emisfero Nord l'abete rosso è molto più rappresentato e si riconosce per la corteccia più scura di color bruno-rossiccio e gli aghi appuntiti e disposti a spirale attorno al rametto. L'abete bianco ha la corteccia più chiara e gli aghi disposti a pettine sul rametto con due linee chiare biancastre nella pagina inferiore.

Quanto diventano alti gli alberi?

Nei nostri ambienti difficilmente più di 50 metri. Solamente le sequoie d'America raggiungono altezze di 100 metri e più. A condizionare l'altezza degli alberi interviene la specie, la fertilità del terreno e ovviamente l'età. Una volta divenuti adulti essi non crescono più in altezza mentre continua per tutta la vita l'accrescimento diametrico.

Perché gli alberi si sforzano di crescere cosi alti?

Essi sono gli esseri viventi più alti della terra. Perché lo fanno esponendosi così maggiormente alle intemperie quando sarebbe forse più comodo rimanere bassi? Una risposta univoca non c'è. Ci piace pensare che in tal modo gli alberi vogliano andare incontro al sole da cui ricevono luce ed energia e che davvero essi rappresentino "lo sforzo continuo della terra per parlare con un cielo in ascolto".

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
IL MAESTRO DEI PERTEGARI

Scheda tecnica specie: abete bianco
circonferenza del tronco alla base m.5.55
circonferenza a m. i1.30 m.4.30
diametro a m. 1.30 m.1.35
altezza m.49
volume del fusto mc 25
peso dell'albero 300 quintali
età 150 anni ca.
Dov'è: in località "Pertegari", Comune di Tesero a 1180 m.s.l.d.m. Come ci si arriva: all'uscita dall'abitato di Lago di Tesero si prosegue a piedi lungo una strada forestale panoramica per ca. 1,5 km, giunti al secondo ampio tornante si devia per poche decine di metri su una stradella piana. Camminando sulla strada non si apprezzano le dimensioni di questo abete e dei suoi vicini. Sembra un albero normale. Radicato com'è sotto strada se ne sottostima l'altezza e il suo tronco è nascosto da una folta chioma e da un corteggio di tanti piccoli abeti. Bisogna scendere lungo la scarpata per una decina di metri ed arrivarci al piede per accorgersi di quanto sia gigantesco. Il suo volume, dato dalla combinazione di diametro ed altezza, pari a circa 25 metri cubi, non conosce eguali in Val di Fiemme. Basti dire che una pianta di tre metri cubi è già considerata una pianta grossa. Pesa più di trecento quintali. Il tronco rivestito da una corteccia biancastra e da tanti rami grossi e lunghi anche una quindicina di metri, è ingrossato alla base e sostenuto da radici possenti rivestite di muschio. Raramente se ne vedono di così in bosco. Sembrano i contrafforti che un tempo venivano posti alla base dei muri maestri delle case. Solamente quando si può contare su radici sicure si può guardare con fiducia al futuro sembra voler dire questo abete. E' un albero riservato e modesto quest'abete, ma soprattutto è un albero saggio. Fin da piccolo ha saputo fare le cose per bene. Sapendo di poter diventare gigantesco ha per prima cosa irrobustito le radici, le fondamenta della casa, garantendosi un sicuro legame con il terreno per poter spingere in alto la chioma incurante delle intemperie. Per gli alberi del luogo lui è "Il Maestro", un esempio da imitare. Per loro e perché no? anche per noi.

I vicini del "Maestro"

Vicino al "Maestro" c'è un nucleo di una quindicina di altri grandi alberi. Quattro di loro in particolare, due abeti bianchi e due abeti rossi, da bravi allievi hanno tutte le caratteristiche per essere considerati anch'essi monumentali. Tutti meritano di essere conosciuti, ammirati e rispettati.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
EL PECIO DEL CUCO

Scheda tecnica specie: abete rosso
circonferenza a m. 1.30 m.3.95
altezza m.40
volume del fusto mc. 18
peso dell'albero 200 quintali
età 200 anni ca.
Dov'è: in località "Lastolina", Comune di Panchià, vicino al "Maso del Cuco" a quota.1050 m.s.l.m. Come ci si arriva: da Panchià si prende la strada per la Val Cavelonte, giunti alla Baita Sette Nani si devia a destra salendo a piedi lungo una strada e un sentiero forestale per ca. 700 metri seguendo le indicazioni con la scritta "Abete Gigante". Ogni albero monumentale presenta requisiti peculiari. A colpire di lui immediatamente, quando gli si arriva accanto, è il fusto enorme ma poi a osservarlo bene da vicino e a distanza sufficiente ad inquadrarne per intero la chioma sorprende soprattutto il suo vigore. Il tronco diritto, regolare e quella chioma ampia, folta, piramidale, di un bel verde carico ci parlano di un albero ancora nel pieno della crescita. Pur essendo già gigantesco questo abete, nel suo ciclo vitale potremmo dire che è ancora un giovanotto con tutta una vita davanti a sé. Ogni anno spinge in su la sua cima di oltre 30 centimetri e il suo tronco si ingrossa di uno. Dovessimo scommettere per il futuro, punteremo su di lui. Fra un secolo il suo volume potrebbe raddoppiare e la cima essere ben oltre i 50 metri. Allora il "Pecio del Cuco" sarà diventato il più grande albero della valle.

La coltivazione del bosco

Nel bosco lasciato a se stesso gli alberi crescono, invecchiano, disseccano e crollano, poi ne nascono degli altri. Gli alberi cambiano di generazione in generazione e il bosco rimane perenne. Lo stesso ciclo continuo si ripropone nel bosco correttamente utilizzato, dove gli alberi vengono tagliati a maturità e il loro legno trasformato in mobili e in tanti prodotti finiti continua a vivere accanto a noi in casa e ovunque. In Val di Fiemme il bosco è utilizzato da secoli e da sempre costituisce una essenziale fonte di reddito e di lavoro. Ogni anno si tagliano ca. 100.000 alberi ma non si taglia un albero se non per farne crescere spontaneamente molti altri o per piantarli anche quando è necessario facendo così del bosco una risorsa completa e senza tempo.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
LA REGINA DEL FEUDO

Scheda tecnica specie: abete rosso
circonferenza a m. 1.30 m.5.00
altezza m.30
volume del fusto mc.17
età 180 anni
Dov'è: in località "Laveàc" sulla proprietà della Regola Feudale di Predazzo a quota 1330 m.s.l.m. Come ci si arriva: dall'abitato di Predazzo si prende una strada forestale camminando per 1, 8 km . L'albero , segnalato da un cartello, è a una ventina di metri da un tornante della strada. Non si nota facilmente questo abete camminando da quelle parti. La sua chioma profonda nasconde il fusto e apparentemente ne riduce la statura. Solo se si percorre il sentiero che gli passa accanto si rimane colpiti da quel tronco enorme con robuste costolature che spunta da una pietraia. Una pianta regina indubbiamente. Segno che sotto quei sassi c'è del terreno nascosto che offre acqua e nutrienti in abbondanza. Lei, "La Regina" ha deciso di stabilire lì la sua fissa dimora, in posizione panoramica, baciata tutto il giorno dal sole, da dove tutto vede e controlla. Da vera regina degli alberi sfoggia un mantello verdissimo, lungo fino ai piedi, perfetto, il più bello del reame. A stare sotto quella chioma folta e profonda con i rami tutti ripiegati all'ingiù è come trovarsi in una casa accogliente; si gode l'ombra d'estate e il tepore d'inverno. Lo sanno i cervi e i caprioli che hanno eletto quell'abete a loro rifugio preferito.

Quanti aghi ci sono sulla chioma di un grande abete?

Davvero tanti, centinaia di migliaia, in qualche caso si raggiunge il milione. Il mondo degli alberi e della natura, si sa, è il mondo dei grandi numeri. Per provare a contarli, almeno approssimativamente, è consigliabile partire da quelli di un piccolo rametto moltiplicando poi per il numero di rametti sul ramo e dei rami sulla pianta. La chioma di un albero è come una centrale che trasforma energia, energia radiante solare in energia chimica e materia vivente contenuta nel tronco, nei rami e in tutte le sue parti . Più la chioma è grande, più l'albero cresce. Perciò se si strappano e si tolgono rami verdi e foglie ad un albero lo si danneggia, sarebbe come togliere potenza ad una macchina. Ogni foglia è poi disposta sui rametti e nelle varie parti della chioma in modo da ricevere il massimo della radiazione solare evitando di essere ombreggiata dalle altre. La natura fa ogni cosa per bene.

Ci sono piante maschio e piante femmina?

Solo in pochissimi casi, ad esempio da noi il ginepro e il tasso. Su ogni pianta di abete, di larice e di quasi tutte le specie arboree troviamo invece sia fiori maschili che femminili e non si può quindi parlare di piante maschio e di piante femmina.

La Regola Feudale di Predazzo

E' un ente particolare, con una storia antica, di cui fanno parte le famiglie originarie del paese contraddistinte dai cognomi storici. Esse rappresentano i "vicini" che eleggono il Consiglio di Regola e il Regolano. Da sempre la Regola Feudale è proprietaria del Monte Feudo.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
I COLOSSI DEL DOSS

Scheda tecnica specie: larice (due alberi)
circonferenza a m. 1.30 m.4.20 e 3.20
altezza entrambi m.34
volume del fusto mc . 14 e mc. 8
età 200 anni
Dove sono: in località "Prai del Doss", in Comune di Daiano, a 1420 m.s.l.m. Come ci si arriva: da Daiano si può salire in macchina fino ai " Piani di Sedel", dove si può posteggiare, di qui si prosegue a piedi per ca. 800 metri su una strada forestale . Due tronchi enormi spuntano dal terreno, due colossi con intorno tanti giovani abeti e larici che al loro confronto sembrano quasi dei nani. Sono messi in fila con le chiome che si toccano. Una radice superficiale li lega l'uno all'altro. Sembra che si diano la mano. Delle altre radici non c'è traccia, s'immergono a fittone in profondità nel terreno com'è prerogativa di questa specie che non teme il vento e le intemperie. I tronchi, ingrossati alla base, sono rivestiti da una grossa corteccia con profonde fenditure. Sono ancora in piena crescita i due "Colossi" ed il larice è una pianta molto longeva. Probabilmente fra 100 - 200 anni saranno loro a contendersi con il "Pecio del Cuco" la palma dell'albero più grosso della Val di Fiemme.

La resina del larice

Alla base dei nostri "Colossi" c'è un foro con un tappo. Serve per raccogliere la resina che sgronda dal tronco. Fino agli anni 70 lo si faceva abitualmente. Con la resina di larice si ottiene la trementina usata per l'industria dei profumi, serve anche come diluente per i colori. Con quella resina il colore si rafforza e anche grazie ad essa molti dipinti dei secoli passati, gli stessi capolavori di Giotto, si sono conservati fino ai giorni nostri in ottime condizioni.

Boschi di larice in autunno in Val Ziolera (foto Agh)

Il paesaggio del larice

Il larice con la sua chioma leggera, trasparente che cambia colore con le stagioni, ingentilisce il paesaggio soprattutto in autunno quando le sue foglie si tingono di giallo. Nel lariceto si passeggia volentieri, luce ed ombra sono nella misura ideale , si vede il cielo e si gode il paesaggio vicino e lontano. I lariceti della vallata sono gestiti con particolare attenzione anche per i loro requisiti estetici e ricreativi.

Perché il larice perde le foglie in autunno?

E' una sua strategia per superare l'inverno. L'abete ha fatto una scelta diversa. Rispetto al larice le sue foglie sono più grosse e dure, capaci di resistere al freddo e di rimanere sulla pianta per 10-15anni. Il loro ricambio può essere così graduale. Prima di lasciar cadere le foglie a terra l'albero le priva delle sostanze zuccherine che esse contengono e le ri-immagazzina nel tronco, perché in natura nulla si spreca e tutto si ricicla.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
IL CIPRESSO DI LAVAZÈ

Scheda tecnica specie: abete rosso
circonferenza a m. 1.30 m.1.50
diametro a metri 1.30 m.0.50
altezza m.26
età 200 anni circa
Dov'è: a metà strada fra Passo Lavazè e Passo Oclini, a 1880 m.s.l.m. , una settantina di metri sotto la strada provinciale, nel bosco della Magnifica Comunità di Fiemme. Come ci si arriva: Dal Passo di Lavazè si prosegue per 1,7 km. in direzione del Passo Oclini. Una freccia indica la posizione dell'albero monumentale. Un cipresso a Lavazè proprio non può vivere. Il clima qui è adatto ai pini cembri, ai larici, agli abeti, il cipresso vuole starsene al caldo, attorno al Lago di Garda. Ma c'è un abete rosso che a un certo momento della sua vita ha deciso di prendere la forma di un'altra specie, di un cipresso appunto. Infatti fino a otto metri da terra la sua chioma è ampia, allargata al pari di tutti gli altri abeti, sopra invece diviene affusolata, colonnare, stretta attorno al fusto. Il cambiamento di vestito è netto e così lui è per metà abete e per metà cipresso, come i mostri della mitologia. Come mai? non è facile trovare spiegazioni. A volte anche gli alberi sono riservati e qualche segreto non lo confidano a nessuno. Sembra uno scherzo di natura. Ai suoi rami dopo anni di crescita normale ha mandato un messaggio del tipo "adesso provate a rimanere sottili, corti e ripiegati in basso come fanno i cipressi". Loro ci sono riusciti, forse per sbalordire i vicini abeti o magari per incuriosire noi umani in modo che ogni tanto ci diamo il tempo di fermarci a guardare da vicino anche gli alberi.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
IL RIFUGIO

Scheda tecnica specie: abete rosso
circonferenza alla base m.1.20
altezza m.26
età 160 anni
Dov'è: a circa metà versante del Monte Cugola a quota 1650 m. s. l. m. Come ci si arriva: Superato il paese di Daiano si raggiunge la località "Ganzaie",si prosegue poi a piedi su una comoda strada forestale fra boschi di larice e di abete per 3,2 km, deviando a destra nell'ultimo tratto per ulteriori 450 metri in corrispondenza di un tornante. L'abete monumentale è a ciglio strada. E' una società ben organizzata quella degli alberi; c'è chi è preposto alla produzione, di legno, chi a quella di semi e chi è preposto alla difesa, alla protezione delle piante vicine e di tutti gli abitanti del bosco. Chiaramente questo abete appartiene a quest'ultima categoria. Ce lo dice la sua forma singolare, bizzarra. Radici possenti che si protendono verso la strada formano uno zoccolo che sostiene a un metro da terra due tronchi, che poi poco più in su, diventano tre. Grossi rami, diretti in più direzioni, disegnano una chioma ampia, folta che tutto copre e protegge. Sotto quel verde ombrello non passa una goccia d'acqua, la neve scivola via all'esterno, il vento pare non esistere. Anzi lui è un albero frangivento, i vicini ringraziano e possono sfilare in alto tranquilli. Per la città degli alberi questo abete è una fortezza inespugnabile, per il gallo cedrone e per tutti gli animali è un approdo e un rifugio sicuro, come i rifugi di montagna ed i vecchi ospizi ai valichi alpini. Per chi lo raggiunge durante un'escursione in ogni periodo dell'anno è un invito a fare una sosta piacevole e riposante ed a guardarlo con stupore e riconoscenza.

L'Uva ursina

Attorno al "Rifugio" e su tutto il versante destro e soleggiato della Val di Fiemme vegeta l'Uva ursina, un arbusto strisciante simile al mirtillo, le cui foglie sono usate in medicina per curare le vie urinarie. Un tempo veniva raccolta e venduta anche all'estero. La si può acquistare in farmacia ma anche il bosco, quando è conosciuto per tutto quello che ci può dare, è una farmacia sempre di turno.

Bosco nel Lagorai (foto Agh)

Come comportarsi nel bosco

La salvaguardia e la salute del bosco dipendono anche dai comportamenti di quanti lo frequentano per lo svago, la ricreazione, la raccolta dei funghi... Chi è sensibile ai tanti valori del bosco e ne conosce le necessità ed i pericoli:
- evita di gettare a terra mozziconi di sigarette e accende il fuoco esclusivamente nei punti consentiti;
- raccoglie solamente i funghi mangerecci e nei limiti consentiti rispettando tutti gli altri;
- rispetta gli alberi, i fiori, i nidi ed ogni componente piccola e grande del mondo del bosco poiché tutte hanno un preciso ruolo nei suoi equilibri e concorrono a farne un'opera prodigiosa della natura;
-lascia il bosco pulito considerandolo come una casa aperta a tutti e che deve rimanere sempre accogliente e in ordine per ricevere nuovi ospiti ed amici.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
IL LARICE DI CONFINE
Scheda tecnica specie: larice
circonferenza a m. 1.30 m.4.10
altezza m.27
età 200 anni
Dov'è: in località Solaiolo a quota 1200 m. s. l. m.
Come ci si arriva: Come ci si arriva: da San Lugano si sale verso Anterivo, dopo il terzo tornante, percorsi 2,8 km si lascia la macchina su una piazzola e si prosegue a piedi a sinistra camminando fra larici e noccioli su una strada forestale pianeggiante per ca. 1000 metri. L'albero monumentale è a bordo strada in una zona pianeggiante e molto panoramica. Arrivando in quel pianoro erbato, solo in parte colonizzato dagli alberi, balza all'occhio un larice straordinario con un fusto enorme da cui escono a tre metri da terra alcuni grossi rami che puntano diritti verso l'alto facendo assumere alla chioma una caratteristica forma a candelabro. E' proprio lì al confine tra la provincia di Trento e la provincia di Bolzano questo albero e per non far torto a nessuno è sì in territorio trentino ma su terreno di proprietà del Comune di Anterivo. Queste però sono cose nostre, a lui non interessano. Attorno a noi c'è un unico ambiente, un'unica natura senza confini. Nei suoi disegni gli alberi hanno un ruolo universale, pur stando fermi dispiegano i loro benefici a grande distanza ed a vantaggio di tutta la collettività. Ogni albero, quelli monumentali ancor di più.

Perché in certi luoghi crescono i larici, in altri gli abeti, i pini ecc?

Ogni specie ha proprie esigenze nei riguardi del clima, del terreno, delle caratteristiche ambientali. Ad esempio il pino silvestre riesce a crescere anche sui ghiaioni e nei terreni molto magri, l'abete è più esigente, il faggio non si adatta al clima della Val di Fiemme. C'è anche una staffetta tra le varie piante che vanno a colonizzare un territorio, ad esempio un prato o un pascolo abbandonato. Dapprima s'insediano le specie pioniere e transitorie - larici, pini, betulle. noccioli, ontani sui terreni freschi- ad esse succedono poi le specie definitive, qui in val di Fiemme soprattutto l'abete rosso. Questo dinamismo della vegetazione e questa alternanza di specie fa sì che i paesaggi forestali siano dei quadri mobili in continua evoluzione.

 
(foto per cortesia M. Mazzucchi)  
IL PEC DEL BOSNIA

Scheda tecnica specie abete bianco
circonferenza a m. 1.30 m.3.30
altezza m.34
volume mc. 12
Dov'è: in località "Peschiera" circa a metà versante del Monte Corno, a 1380 m. di quota, in Comune di Capriana. Come ci si arriva: raggiunta la località "Prà del Manz" provenendo da Capriana oppure da Anterivo, si prosegue a piedi per 6,5 Km. su comode strade forestali in mezzo a boschi di larici, abeti e pini. La particolarità di questa pianta è di essere il più grande abete bianco del versante destro della vallata, in un ambiente soleggiato, non molto fertile, adatto alla crescita di altre specie, larici, pini, abeti rossi. Un abete bianco di quelle dimensioni sul versante meridionale del Monte Corno è qualcosa di straordinario. Forse per questo motivo è conosciuto come "pèc"nome dialettale di abete rosso e non di abete bianco come invece è lui. Ma la ragione vera del suo nome è probabilmente un'altra. Lui è chiamato dalla gente del luogo il "Pèc del Bosnia" perché era stato promesso al vecchio custode forestale del Comune di Capriana, soprannominato Bosnia, come parte della liquidazione in occasione del suo pensionamento. Com'era consuetudine al custode del bosco si voleva riservare la pianta più grossa e si pensava che non potesse essere che un abete rosso, un pec appunto, il cui legno è più pregiato di quello dell'abete bianco. Il custode, di nome Silvio, scelse invece quell' albero maestoso, incurante della specie e gli dedicò particolari cure. Si premurò che la strada forestale gli passasse accanto per farlo conoscere ma senza danneggiarlo e volle che una canaletta convogliasse l'acqua ai suoi piedi per farlo crescere meglio. Poi, quando venne il momento di lasciare il servizio, non avanzò alcuna pretesa, anzi sorrideva al ricordo di quella promessa, mostrava con orgoglio il suo albero a tante persone ed ogni volta che saliva da quelle parti non mancava di fargli visita.

Il custode forestale

Tutti i Comuni della Val di Fiemme hanno alle loro dipendenze il custode forestale e così pure la Magnifica Comunità e gli altri proprietari maggiori. E' questa una figura che risale al 1800, istituita ai tempi della prima legge forestale dell'impero austro-ungarico. Con la sua divisa grigio verde provvede in collaborazione con il personale forestale provinciale alla salvaguardia e alla corretta gestione dei patrimoni silvopastorali ed è un sicuro riferimento per chiunque frequenta e vuole conoscere e vivere il mondo del bosco e della montagna.

testi per gentile concessione dell'Azienda di Promozione Turistica Val di Fiemme
autore dott. Marcello Mazzucchi

(foto Agh)

la mappa con i 14 alberi monumentali (500 k)
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