| La conquista del Campanil Basso Nel 1899 la prima salita di Otto Ampferer e Karl Berger |
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Per gli alpinisti di fine ‘800 era una leggenda: una guglia che svetta solitaria, un monolito senza fessure, senza camini, forse impossibile da scalare: è il Campanil Basso, 2883 metri, una delle più famose e suggestive cime del Gruppo di Brenta. Non è la vetta più difficile delle Dolomiti, ma la sua ardita e slanciata bellezza slanciata e l’esposizione delle pareti ne avevano fatto un mito che resiste tuttora. La scalata fu tentata per la prima volta nell’agosto 1897 dal trentino Carlo Garbari insieme alle guide Nino Pooli di Terlago e al primierotto Antonio Tavernaro. I tre furono respinti dalle enormi difficoltà dovute alle tecniche alpinistiche ed all’attrezzatura di quei tempi. Racconterà Garbari l’epilogo della rinuncia sotto la parete terminale: “Il forte Nino (mi assalgono ancora i brividi a rammentarlo) fece l’ultimo tentativo. Dopo che il Tavernaro ebbe fissata la corda ad un blocco, egli salì adagio adagio la parete perpendicolare, gli scarsi e cattivi appigli lo lasciavano procedere assai lentamente; era cosa da far raccapricciare vederlo con le mani incerte e tremanti cercare ogni asperità, tastare coi piedi la roccia, per indovinare ogni sporgenza, appiccicarsi con tutta la persona alla parete... (il povero ragazzo aveva affidato tutto il suo peso del corpo alle prime falangi delle dita), stette lì fermo alcuni istanti, poi ridiscese". (Carlo Garbari, Un’ascensione al Campanile Basso – Annuario / Società degli alpinisti tridentini, Trento 1896-1898). In memoria di quel primo tentativo la parete di 25 metri, molto esposta, tra i primi ostacoli alla vetta, fu chiamata “Pooli”.
Due anni dopo ci riprovarono due alpinisti austriaci. Il 16 agosto 1899 Otto Ampferer e Karl Berger partirono all’attacco, attrezzati coi nuovissimi e allora molto criticati chiodi. Ignari del precedente tentativo di Garbari, si accorsero di essere stati preceduti da una cordata ma si resero ben presto conto che la vetta era ancora inviolata. "Dunque la possente montagna non era stata ancora vinta! Un fremito di gioia scosse i nostri corpi, sentimmo respirando profondamente che nuove forze si destavano in noi. Giallo rossastra strapiombante, dai contorni finemente scheggiati, si levava davanti a noi la parete della vetta. Non una fessura, non un rientramento ci faceva sperare qui una qualsiasi facilitazione." I due austriaci proseguirono piantando chiodo su chiodo, incapaci però di superare la parete finale. Rinunciarono. Scendendo videro però la possibilità di una via alternativa.
1899, il Campanil Basso è vinto Tornarono dopo due giorni e, lungo il traverso della parete nord riuscirono finalmente, primi nella storia, a metter piede sulla Cima del Campanil Basso il 18 agosto 1899. Quella vittoria diede il via ad altre successive cordate: grazie al miglioramento della tecnica e soprattutto dei materiali, cinque anni dopo il Campanil Basso era stato salito da ben 18 cordate diverse. In quegli anni gli alpinisti tedeschi importarono l’uso di chiodi e moschettoni, rendendo così possibile la salita di vie molto più difficili di quelle affrontate fino a quel momento. Molte pareti verticali delle Dolomiti furono conquistate grazie all’aiuto dei nuovi mezzi tecnici. La scalata in “artificiale” con l’ausilio di chiodi e moschettoni divise il mondo dell’alpinismo e la polemica sull’uso dei nuovi materiali nelle arrampicate si fece rovente. Da una parte molti alpinisti li consideravano dei mezzi per aumentare la sicurezza di salite considerate fino a quel momento impossibili, dall’altra invece i puristi reputavano sleale l’uso di chiodi, uno modo per barare con la montagna, in cui peraltro il confine tra “strumento di sicurezza contro la caduta” e “mezzo di progressione” era molto labile.
Il grande alpinista tedesco Paul Preuss sosteneva l’ideale di un alpinismo in arrampicata libera, in solitaria, senza corda, senza alcun mezzo di assicurazione: “Secondo il mio punto di vista un’assicurazione mediante chiodi, e in molti casi qualsiasi mezzo di sicurezza, nonché le discese a corda doppia e tutti gli altri sistemi di assicurarsi con la corda, che tanto spesso rendono possibile una salita o comunque vengono usati durante la stessa, sono mezzi artificiali e perciò per il vero alpinista sono inaccettabili, mentre l’arrampicatore in artificiale li trova giustificatissimi... Quando si sarà riusciti ad accettare il principio dell'uso della corda unicamente in casi di estremo bisogno, le montagne come il Campanile Basso di Brenta, la Torre Delago e il Campanile di Val Montanaia avranno visite molto più rare, ma invece qualitativamente di un valore superiore”. La prima salita in libera Con questa filosofia compì la sua spettacolare salita al Campanil Basso il 28 luglio 1911: senza corda, da solo, in appena due ore arrivò in vetta scalando la parete est. L’impresa rimarrà negli annali dell’alpinismo mondiale. Tita Piaz lo soprannominò “Signore dell’abisso”, Angelo Dibona affermò “Anche se breve, è la via più impressionante delle Dolomiti”. Sulla stessa via, effettuata in cordata solo nel 1928, morì l’alpinista italiano Pino Prati. Preuss si può considerare come il padre spirituale e l’antesignano del moderno free climbing. Tuttavia la sua etica intransigente gli costò la vita: nel 1913 precipitò dallo spigolo Nord del Mandlkogel, sulle Alpi austriache, durante una prima in libera e in solitaria. Il suo corpo fu ritrovato 10 giorni dopo coperto dalla neve. Da quella prima storica ascensione sul Campanil Basso è trascorso più di un secolo: le cordate che l’hanno conquistato si contano oggi a migliaia. Nel 1999 molte manifestazioni, mostre, pubblicazioni ne hanno ripercorso la storia, ma il ricordo di Garbari, Ampferer Berger e Preuss è ancora vivo nella memoria dell’alpinismo dolomitico. .
"Ricordetelo ben, se rampega prima co' la testa, po' coi pei, e sol ala fin co' le man".
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