| L'orso bruno nelle alpi Nel Trentino gli ultimi esemplari, si tenta ora il ripopolamento |
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15 febbraio 2005, di Agh Il rapporto tra la gente di montagna e l’orso è sempre stato conflittuale. Considerato una minaccia per le greggi e per gli stessi pastori e cacciatori, era nello stesso tempo una preda dalla quale ricavare carne, pelli, ossa. Grande, grosso e pericoloso, era una minacciosa presenza nei boschi, incarnava l’ignoto, il magico, la paura ancestrale nei confronti della natura violenta. Uccidere un orso era per un cacciatore una prova di abilità e coraggio, la sua pelle era esibita come un trofeo. Già nella prima metà del 1800 l’uccisione degli orsi era compensata da un premio in denaro dalle autorità locali. Nella seconda metà dell’800 la caccia all’orso divenne sistematica: fu inseguito ed ucciso anche nelle aree più nascoste, in quanto era diffusa la convinzione che fosse dannoso e pericoloso per uomini e gli animali domestici. Fino all’inizio del secolo scorso però gli orsi in Trentino non correvano il pericolo di estinzione, tantoché il governo austriaco istituì una vera a propria taglia per ogni orso ucciso in modo da ridurne il numero. Per ogni femmina erano pagati 40 fiorini, 30 per un maschio e 15 per un cucciolo. Si trattava di premi consistenti per i contadini che vivevano del magro prodotto della terra e dell’allevamento. Un'indicazione sul numero di orsi presenti in Provincia di Trento proviene dalle registrazioni degli abbattimenti: negli ultimi due secoli furono uccisi circa 200 esemplari. La sopravvivenza della specie entrò in crisi a causa delle uccisioni sistematiche, e per lo sconvolgimento delle aree di rifugio provocato dalla prima guerra mondiale. La tutela e protezione dell’orso, iniziata in molte zone d’Europa nei primi anni del ’900, ha permesso a molte popolazioni di orsi di invertire il calo numerico scongiurando il pericolo di estinzione. Nell’area alpina purtroppo la protezione è arrivata troppo tardi, quando il numero di orsi era ormai troppo esiguo. L’antropizzazione delle Alpi ha ridotto progressivamente le aree in cui l’orso viveva. L’idea della proteggere gli orsi si deve in gran parte al Conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, naturalista, promotore della prima associazione ambientalista italiana, la Pro Natura e del Parco Adamello-Brenta. In qualità di senatore del Regno Gallarati Scotti presentò nel 1938 un disegno di legge, approvato nel 1939, per la protezione integrale dell’orso bruno su tutto il territorio italiano. La legge del 1939 fu poi confermata nelle norme della nuova legge 968 del 1977. Per la tutela delle specie nel Trentino, unica regione nell’intero arco alpini in cui l’orso bruno è sopravvissuto, la Provincia autonoma di Trento ha inoltre emanato la legge provinciale 10 agosto 1978, n. 31. Nel 1976 è iniziato un programma di studio e di ricerca, col metodo dei radiocollari, finanziato per la maggior parte dal Fondo Nazionale Svizzero per le ricerche scientifiche e dalla Provincia autonoma di Trento. Il progetto si deve principalmente ad Hans Roth dell’Università di Berna) e Fabio Osti del Servizio provinciale "Parchi e foreste demaniali". Il radiocollare permette lo studio degli animali a distanze
notevoli, fino a 5-10 chilometri, eliminando così le interferenze
degli studiosi sul comportamento degli animali. Con questo metodo è
stato possibile studiare il comportamento degli orsi durante il periodo
di svernamento e la localizzazione precisa della tana usata per il letargo.
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