| Museo Storico Italiano della
Guerra - Rovereto Eccezionali testimonianze e reperti storici della Grande Guerra - 3 gennaio 2004 |
Prima di parlare del Museo della Guerra è d'obbligo un cenno al severo maniero che ospita la sede del museo. Il castello di Rovereto, nell’attuale forma pentagonale, fu edificato all’epoca della dominazione di Venezia sulla città lagarina (1416-1509), sopra una preesistente rocca eretta dai signori di Castelbarco nel XIV secolo (lo spigolo di una delle torri originarie sporge tuttora nel vano interno del torrione Malipiero). La fortezza è uno dei più insigni monumenti di architettura militare dell’epoca di transizione, dotato di pozzo d’assedio, di una robusta cinta muraria e di bastioni muniti di decine di cannoniere e deve il suo aspetto all’opera di valenti architetti militari veneziani, tra i quali Giacomo Coltrino e Bartolomeo d’Alviano. Nel 1487, durante la guerra tra Venezia e l’arciduca d’Austria Sigismondo conte del Tirolo, il castello sostenne 37 giorni di durissimo assedio e si arrese solo dopo che le artiglierie lo ebbero gravemente danneggiato. Ripreso rapidamente dai veneziani, fu ricostruito dal governo della Serenissima, nei cui domini rimase fino al 1509. La forma della rocca rivela le sue prevalenti funzioni militari: agli angoli sorgono tre torrioni, un bastioncino e uno sperone, dai quali le artiglierie presidiavano le mura in qualsiasi direzione. In età veneziana fu residenza di un castellano, mentre un podestà amministrava la giustizia nel Palazzo pretorio, ai piedi del castello. Ceduta agli Asburgo nel 1509, la fortezza perse la sua importanza, subì pesanti e gravi rimaneggiamenti e incendi (l’ultimo nel 1797). Nell’Ottocento venne utilizzata come ricovero di mendicità, casa di pena e, dal 1859 al 1918, fu sede di due Compagnie del 3° reggimento Kaiserjäger. Nel maggio 1915, allo scoppio della guerra con l’Italia, Rovereto venne evacuata. Il Castello e la città, rimasti in mano austriaca, furono sottoposti a pesanti bombardamenti da parte dell’artiglieria italiana. Restaurato durante gli anni Venti, il Castello divenne sede del Museo Storico Italiano della Guerra.
Al Castello e al Museo si accede da via Castelbarco e, attraversata una lunga, suggestiva androna, si sbocca nel cortile interno, dove si apre il profondo pozzo d’assedio cinquecentesco. Il fossato che circonda il castello per gran parte del suo perimetro, è accessibile attraverso alcuni cunicoli quattrocenteschi. Dal torrione Malipiero infine si ammira il più bel panorama della città e sulla valle. Il Museo, ideato nel 1919 da un gruppo di cittadini roveretani per ricordare il conflitto da poco concluso e celebrare la “guerra di redenzione” che aveva riunito il Trentino all’Italia, venne inaugurato il 12 ottobre 1921 da Vittorio Emanuele III. Le vicissitudini della popolazione di Rovereto, la morte tragica di tanti giovani irredentisti volontari (tra i quali Fabio Filzi e Damiano Chiesa mandati al patibolo dal governo austriaco), la stessa collocazione in prima linea della città, resero il Museo uno dei più noti «luoghi della memoria» del nostro paese, al quale affluirono documenti, oggetti e cimeli da parte di cittadini, singoli soldati, ufficiali, famiglie di ex combattenti, organi dello Stato. Nei decenni successivi, il Museo estese il proprio interesse ad altre epoche e ad altri conflitti: dall’età moderna alle guerre coloniali italiane, alla seconda guerra mondiale. Ancora oggi il Museo è retto da un’associazione, conserva ed espone armi e uniformi dei paesi che hanno partecipato al Primo e al Secondo conflitto mondiale, fotografie ed opere pittoriche, documenti e cimeli. Accanto alle esposizioni permanenti, realizza mostre temporanee, promuove studi e ricerche, cura la pubblicazione di opere a carattere storiografico e documentario, partecipa a produzioni cinematografiche.
Il Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto fu inaugurato il 12 ottobre 1921. Sorto per ricordare la Grande Guerra in una delle città che avevano maggiormente subito gli effetti devastanti dei bombardamenti, ha raccolto numerosissimi cimeli, in parte direttamente dai campi di battaglia, in parte attraverso donazioni e depositi di privati e di governi. Accanto alle armi leggere e pesanti e alle uniformi, espone e conserva oggetti, documenti ed opere grafiche (ricordiamo tra gli altri i disegni di trincea di Pietro Morando) che avvicinano il visitatore agli aspetti militari, culturali e sociali della guerra. I plastici originali del fronte e le cartoline, i manifesti di propaganda e i giornali di trincea, le lettere e i diari dei soldati, le più di 40.000 fotografie del suo archivio, le 2500 medaglie e decorazioni, le epigrafi, aiutano a capire come le guerre del nostro secolo, in particolare il primo conflitto mondiale, abbiano segnato la coscienza dei singoli e la sensibilità collettiva. Il Museo conserva un' importante collezione di armi di età moderna (1500 - 1700) e una notevole raccolta di materiali coloniali. In rapida rassegna le sale più interessanti della ricca esposizione... Pistole e revolver: armi del Sei, Sette e Ottocento, ad acciarino, a percussione e a ruota, a rotazione, con cartucce a spillo e dal percussore centrale, di impiego civile e militare. Il fucile 91 e la mitragliatrice, una serie di mitragliatrici leggere e di fucili mitragliatori in dotazione agli eserciti della Prima e della Seconda guerra mondiale, quindi alcuni fucili che documentano i primissimi esemplari a retrocarica. Inoltre i fucili e i moschetti dell’esercito italiano realizzati dal 1868 fino al modello ’91 ed ai modelli derivati, rimasti in servizio fino al 1945. Oltre ad una vetrina di fucili semiautomatici: sono da segnalare la mitragliatrice Fiat mod. 1914 e la Maxim Vickers mod. 1911, entrambe con raffreddamento ad acqua, che furono tra le mitragliatrici italiane più diffuse nella Grande Guerra, la mitragliatrice austriaca Schwarzlose mod. 07/12, la mitragliatrice Fiat Villar Perosa mod. 15. La sala della 2a Guerra Mondiale propone una rapida sintesi della vicenda italiana con pannelli che riassumono le principali vicende dalla dichiarazione di guerra del giugno 1940 all’8 settembre 1943 e alla fine della guerra nel 1945: una splendida successione di uniformi, di bandiere, di manifesti e di volantini, di armi e di cimeli, richiama al visitatore le campagne di Francia, di Grecia, di Russia e dell’Africa settentrionale, la guerra sui mari e nell’aria, la nascita della Repubblica sociale, il dramma della prigionia, l’occupazione tedesca e la lotta partigiana. Nelle vetrine è esposta una selezione di pistole mitragliatrici piuttosto rare.
La memoria pubblica e privata degli italiani fu segnata per tutto il Novecento da quel conflitto. Per decenni, centinaia di migliaia di feriti e di mutilati, un numero altrettanto elevato di vedove, di orfani, di famiglie spezzate, hanno custodito nelle loro case, nelle istituzioni e nelle comunità il ricordo degli oltre 650.000 caduti italiani sul fronte italo-austriaco. Sulle montagne italiane, dal Trentino al Carso, come nella Francia settentrionale, nel Belgio, nella Galizia polacca, la linea dei combattimenti è oggi costellata da segni della memoria, mentre ogni villaggio d’Europa e di tanti paesi extra-europei è popolato da monumenti, cippi, lapidi dedicati al ricordo di quell’immensa tragedia. Il Museo di Rovereto per tutto il Novecento ha rappresentato una delle mete più frequentate da quanti intendevano ripercorrere quella memoria tanto dolorosa. L'esposizione Si divide in più sale, tra le principali abbiamo: Sala dei combattenti, dell’esercito italiano della Prima guerra mondiale: alle pareti sono esposte locandine di propaganda, decorazioni, decreti, ritratti di comandanti di Grandi Unità, dei comandanti in capo Luigi Cadorna e Armando Diaz, di Vittorio Emanuele III. Nelle bacheche sono raccolte le mostrine originali delle brigate di fanteria italiane. Nelle vetrine centrali, le uniformi del fante e dell’alpino documentano l’armamento e la dotazione individuale. In una nicchia è esposta l’uniforme dei volontari ciclisti-automobilisti del Battaglione Lombardo che nei primi mesi di guerra del 1915 furono impegnati sul monte Baldo e nella zona di Ala. In questo reparto si arruolarono numerosi artisti futuristi: Marinetti, Sant’Elia, Boccioni, Sironi, Bucci, Russolo. Nella sala sono esposte pinze tagliafili, corazze ed elmetti “Farina”, ghirbe e stufe da trincea, un altare da campo, un basto da mulo. Una vetrina raccoglie numerosi oggetti realizzati da soldati utilizzando schegge di granata, corone di forzamento in rame di proietti di artiglieria, pallette di shrapnell, spolette, pezzi di legno. La sala adiacente raccoglie numerosi oggetti e documenti relativi all’arma della cavalleria: copricapo ottocenteschi austriaci, italiani, francesi, belgi e inglesi, oltre ad uniformi, sciabole, lance. Nella sala sono esposte inoltre numerose uniformi italiane della Prima guerra mondiale, da ufficiale e da soldato semplice: carabiniere, alpino, ardito, bersagliere ciclista, guardia di finanza. Nelle vetrine di destra sono raccolti numerosi cimeli appartenuti al generale Andrea Graziani e al generale Guglielmo Pecori Giraldi (di quest’ultimo è esposto un busto opera dello scultore Pietro Canonica) che diresse il fronte Trentino della 1a Armata dal 1916 alla fine della guerra. Sono esposte inoltre scatole di sigarette, pacchetti di tabacco, pane, indumenti distribuiti durante la guerra a soldati, civili e prigionieri. Tra i cimeli più significativi, la “tromba dell’armistizio”, utilizzata la mattina del 29 ottobre 1918 nei pressi di Serravalle dalla pattuglia degli emissari austriaci incaricata di stabilire i primi contatti tra i due eserciti finalizzati all’interruzione delle ostilità. Alle pareti, vetrine con decorazioni e onorificenze, oltre ad espositori per fotografie. Completano la sala alcuni plastici del Trentino meridionale, realizzati durante la guerra per i comandi militari e utilizzati nel progettare operazioni.
Sale dei trentini sul fronte orientale: nell’agosto 1914, allo scoppio della guerra con la Serbia e la Russia, decine di migliaia di Trentini – all’epoca cittadini austro-ungarici – furono inviati in Galizia, sul fronte orientale, dove parteciparono, in divisa austriaca, alle sanguinose battaglie di Limanowa, Grodek e Przemysl. A migliaia morirono in trincea, negli ospedali, in prigionia. Della loro esperienza rimane testimonianza e racconto in numerosissimi diari raccolti e pubblicati dal nostro Museo e dal Museo Storico in Trento. Nelle due salette sono esposti un grande plastico della città polacca (all’epoca austro-ungarica) di Przemysl e del suo territorio, una carta delle città fortificate del fronte orientale, manifesti, giornali e locandine di propaganda, oltre a fotografie, cartoline, materiali della dotazione del soldato, giochi e oggetti di uso comune. Un espositore conserva un’importante raccolta di decorazioni e onorificenze della Romania.
Nelle gallerie scavate durante la Seconda guerra mondiale ai piedi del Castello e utilizzate come rifugio antiaereo, il Museo espone decine di pezzi di artiglieria italiani, austro-ungarici, tedeschi e inglesi della Prima guerra mondiale: bombarde, mortai, obici e cannoni (a fianco: un cannone italiano 149A e un lanciabombe tedesco da 76 mm. mod.16). Un mortaio austro-ungarico Skoda da 30,5 cm, forse l’ultimo esemplare ancora esistente, è esposto in piazza Podestà. La raccolta qui esposta rappresenta la più ampia esposizione tematica oggi visitabile nel nostro Paese, comprende materiale di munizionamento (granate, spolette e bossoli) ed è integrata da un ampio apparato di fotografie e di testi che illustrano modalità di impiego, funzione ed effetti di questo tipo di arma.
Le radiotrasmissioni militari sui fronti dell'Italia in Guerra La mostra Radiofronte 1935-1945 presenta una eccezionale e vastissima selezione di apparecchiature militari per le radiotrasmissioni che Enzo Benazzi, collezionista e appassionato di storia, ha accettato di esporre nel Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto. Si tratta di materiale prezioso raccolto e restaurato in decenni di ricerche, spesso salvato in extremis dalla distruzione. L’esposizione comprende strumenti utilizzati dalle truppe italiane, tedesche, inglesi, statunitensi, francesi, neozelandesi, canadesi, russe. Una mostra interessantissima non solo per gli appassionati del genere, ma anche per tutti coloro che vogliono conoscere meglio l'importanza delle comunicazioni nei conflitti bellici, ed osservare pezzi rarissimi.
La radio conobbe il suo primo impiego di massa come "télégraphie sans fils" (telegrafia senza fili) nel primo conflitto mondiale, e il fascismo la elesse, assieme al cinema, a veicolo privilegiato di comunicazione e di mobilitazione nei confronti di milioni di cittadini. Accanto all’uso culturale e politico, la radio dimostrò rapidamente – già nelle operazioni per la riconquista della Libia condotte da Badoglio e Graziani tra il 1923 e il 1930 – le sue straordinarie potenzialità militari. Senza le radiocomunicazioni, le armi «nuove» della guerra 1914-1918 come l’aeroplano, il sottomarino e, nella sua fase finale, il carro armato, non avrebbero dispiegato pienamente le loro potenzialità di impiego ma sarebbero rimaste condannate al piccolo raggio di azione concesso dalla visione naturale dell’occhio umano. La disponibilità su larga scala di apparecchiature di qualità rese invece possibili sia operazioni inter-arma di dimensioni e di portata strategica, sia l’operatività di piccole formazioni di soldati in grado di portare a termine azioni impegnative e protratte nel tempo, senza altro collegamento con i loro reparti che la radio. La qualità della tecnologia ebbe dunque un peso notevolissimo nella condotta della guerra. I campi di applicazione delle radiotrasmissioni crebbero parallelamente in ambito sia civile che militare: da un lato, con i conflitti che impegnarono il nostro paese tra il 1935 e il 1945, dall’altro con la militarizzazione della società italiana voluta dal fascismo. Le «guerre del Duce» esaltarono le potenzialità della radio, non solo come mezzo di comunicazione militare ma anche come strumento di informazione e di propaganda al fronte e nella madre patria. La gara per penetrare i codici avversari, l’incessante sforzo condotto da migliaia di uomini e donne per intercettare e decodificare le comunicazioni avversarie affiancò la guerra combattuta con le armi tradizionali. Nel chiuso di uffici distanti migliaia di chilometri dai campi di battaglia, la «guerra dei codici» accompagnò e condizionò quella dei soldati e delle artiglierie e molto spesso fu in grado di determinarne l’esito. Non bastava più lo spionaggio tradizionale: si trattava di sciogliere gli enigmatici messaggi cifrati del nemico che apparecchiature sempre più sofisticate rivelavano e registravano. Matematici, scienziati ed ingegneri furono mobilitati in una sfida che in questo campo (così come in quelli della fisica nucleare e dello spazio) toccava le frontiere estreme della ricerca. Enigma: quale nome migliore per la più nota macchina cifratrice tedesca? E tutt'intorno, nell’apparente silenzio dei grandi spazi, si affollavano le voci dei nuovi persuasori, i professionisti della parola e dell’argomentazione, che puntavano a convincere chi ascoltava: anche in questo caso si trattava di un nuovo fronte aperto dalla Grande Guerra.
Il 1918 fu per il fronte italiano l'anno della riorganizzazione del Regio esercito dopo la grave disfatta di Caporetto dell'ottobre 1917. Fu anche l'anno della mobilitazione civile, della battaglia culturale per rinsaldare il morale dei militari, del più massiccio sforzo industriale, della vittoria degli eserciti alleati e del crollo degli Imperi centrali. L'esposizione si sviluppa in tre sale; la prima ospita una sintesi degli avvenimenti dell'anno, documenta gli eserciti in campo e il loro armamento leggero. Nella seconda al tema dei prigionieri di guerra italiani e al loro tragico destino sono dedicati alcuni disegni del pittore alessandrino Pietro Morando, mentre un'altra parte dell'esposizione documenta attraverso maschere antigas, trappole antiuomo, pinze tagliafili ed altri materiali in uso in trincea, la brutalizzazione della vita dei soldati. La terza sala, interessantissima, è dedicata alla propaganda, alla "guerra parallela" combattuta dall'informazione militare e civile per contrastare le spinte pacifiste presenti tra le truppe e nel Paese, motivare i soldati al combattimento e - contemporaneamente - per minare il morale dell'esercito austro-ungarico. La sezione espone numerosissimi materiali a stampa (volantini, giornali, cartoline, locandine) tratti dalle raccolte del Museo. E' anche allestito un rarissimo impianto da campo per raggi Röngten.
Emancipazione femminile e moda nella Grande Guerra La mostra si propone di illustrare quali relazioni sono intercorse fra il più importante mutamento nel modo di vestire femminile del XX secolo e il tipo di impegno assunto dalle donne durante la Prima Guerra Mondiale. Le tappe di questo percorso sono identificate attraverso abiti dell'epoca, contestualizzati con immagini fotografiche, disegni e immagini di diverso tipo e citazioni da testi letterari o da riviste di moda e di costume, in modo da evidenziare i passaggi che hanno portato all'accorciamento delle gonne, alla eliminazione della biancheria più pesante e costrittiva, all'assunzione di un modo di vestire ispirato a quello maschile o a quello da lavoro. Un aspetto di grande interesse della mostra è la presenza di un buon numero di abiti del periodo della guerra, per la maggior parte di produzione americana, e di campioni di tessuti e di jersey di produzione italiana e francese. Il contrasto fra gli indumenti del periodo di guerra, sempre più semplificati e realizzati con tessuti in tinta unita con sobrie decorazioni, e quelli degli anni Venti, di sete elaborate e rilucenti di ricami, chiarisce in modo inequivocabile il senso del passaggio da un periodo di paura e impegno duro alla festosa pace della società del dopoguerra. L'esposizione è organizzata per sezioni, ordinate in modo cronologico e tematico, ognuna delle quali documenta i cambiamenti di ruolo, di vita e di gusto che spiegano i cambiamenti di foggia vestimentaria, testimoniati dagli abiti.
Per rendere più chiaro il percorso, la mostra inizia con alcune testimonianze del periodo prebellico e termina con abiti degli anni ’20. In mostra, abiti provenienti da raccolte private e dal Museo della Donna di Merano, suddivisi in gruppi e accompagnati da fotografie dell’epoca e da materiale iconografico proveniente da riviste del periodo. La sequenza delle sezioni è scandita da una serie di dodici tavole di Georges Lepape, pubblicate nel 1921 in forma di almanacco, che illustrano la vita di una donna durante gli anni della guerra.
A tavola: un'isola di mediterraneo a Rovereto Per una volta facciamo uno strappo alla regola: niente prodotti tipici trentini, poiché oggi siamo in un'autentica isola di Mediterraneo, quella che troviamo in periferia di Rovereto, in località S. Giorgio, al ristorante "Alla Villa", gestito da Ivano Filizola, ristoratore originario di Sapri, in provincia di Salerno (dove avvenne la famosa spedizione dei trecento del patriota risorgimentale Carlo Pisacane, immortalata da Luigi Mercantini nella poesia "la Spigolatrice di Sapri":"Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!")
Filizola, che proviene da una famiglia di ristoratori, ha pensato bene di proporre nel Trentino la migliore cucina mediterranea: "niente burro o margarina, solo ed esclusivamente olio extravergine di oliva. I prodotti li faccio arrivare apposta". La cucina quindi prevede un' ottima pizzeria, piatti tipici del meridione e tanto pesce. Per placare l'appetito, sempre robusto, iniziamo la degustazione con due eccellenti pizze: con taleggio e scarola stufata la prima, con la cipolla di Tropea l'altra. Quindi gli antipasti di pesce: insalata di mare, antipasto misto di pesce della Villa. Due tipici piatti del sud, le orecchiette con i broccoli e salsiccia e i famosi "paccheri", con pomodoro e mozzarella di bufala e basilico: un tempo era la pasta dei poveri (chiamati anche schiaffoni), perché bastavano pochi paccheri per riempire il piatto. Poi linguine allo scoglio e ancora pesce per i secondi: una deliziosa frittura mista e squisiti gamberoni ai ferri. Per dolce, manco a dirlo, la classica cassata alla siciliana con pan di spagna, ricotta, frutta candita, scaglie di cioccolata, glassa di zucchero.
Concludiamo questa puntata con l'augurio di avervi invogliati a vedere uno dei musei più belli del Trentino, certamente unico nel suo genere in Italia, che ha il raro pregio di far conoscere e rivivere il dramma della guerra in tutte le sue sfaccettature, in uno dei periodi più cupi della storia moderna. testi e foto di Alessandro Ghezzer (Agh) © Copyright 2001-2010 - E' vietata la riproduzione di testi o foto salvo esplicita autorizzazione - Tutti i diritti riservati / All rights reserved Si ringrazia il Museo della Guerra di Rovereto per la documentazione
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