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| Vendemmia a Tignerone, in Val Giudicarie
(foto Agh)
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La puntata di oggi è dedicata ai "colori e sapori" dell'autunno
in Val
Giudicarie. Una terra ricca di bellezze naturalistiche e di prelibatezze
culinarie, a cui abbiamo già dedicato 5 puntate.
Ci accompagna nella nostra visita una guida d'eccezione, Carlo
Filiberto Bleggi, presidente delle Cantina
Toblino nonché fiduciario per il Trentino di Slow
Food, il movimento internazionale a sostegno della cultura
del cibo e del vino nato nel 1989.
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| Il logo ufficiale |
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Strada del Vino e dei Sapori
Carlo Filiberto Bleggi è tra i promotori del progetto Strada
del Vino e dei Sapori (dal Lago di Garda alle Dolomiti di Brenta), un'iniziativa
che intende riunire otto aree geografiche del Trentino sud-occidentale,
tracciando degli itinerari golosi nelle
zone comprese tra il Lago di Garda, coi
suoi sapori mediterranei, e il Parco
Naturale Adamello Brenta, con le sue produzioni e i suoi paesaggi tipicamente
alpini inseriti nella splendida cornice delle famose Dolomiti di Brenta.
Un unico filo conduttore unisce le varie risorse del territorio per favorire
la nascita di una nuova proposta turistica che, partendo dall'offerta di
prodotti enogastronomici di eccellenza,
valorizzi anche gli aspetti naturalistici, ambientali, culturali, storici
ed artistici legati alla zona di produzione del prodotto tipico.
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| Basilio Brochetti, contadino (foto Agh)
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| Una noce appena colta (foto Agh) |
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| Noce del Bleggio (foto Agh) |
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| Rodolfo Brochetti, presidente Copag (foto Agh) |
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La
noce del Bleggio
La coltura della noce vanta origini antiche
in Trentino che si perdono nei secoli: antichi manoscritti citano una "battaglia
delle noci" in epoca medievale. Abbandonata per anni in epoca moderna,
la sua coltivazione è stata recentemente ripresa con metodi e tecniche
tradizionali totalmente naturali, per riportare
sul mercato un prodotto di alta qualità. Una delle zone migliori
per la noce è certamente il Bleggio, che vanta condizioni
ambientali ideali con la sua media collina esposta a sud, riparata
dai venti. Della Noce del Bleggio ci parla
Rodolfo Brochetti, produttore esso stesso di noci e presidente del consorzio
Copag (Cooperativa
Produttori Agricoli Giudicariesi) di Dasindo di Lomaso. "Le nostre
noci" dice Brochetti "hanno caratteristiche peculiari, sono leggermente
più piccole delle noci comuni ma più saporite: sono molto
utilizzate per preparare i dolci, come il tipico dolce natalizio trentino
Zelten,
grazie al fatto che il gheriglio sgusciato della noce bleggiana ha la caratteristica
di non macchiare con un alone oleoso".
La lavorazione della noce del Bleggio
La noce del Bleggio è un classico prodotto
di nicchia, coltivato da pochi appassionati
in produzioni assai modeste: da ogni albero si ricavano infatti alcune decine
di kg di noci. Dal punto di vista economico converrebbe senza dubbio estirpare
i noci e piantare meli o vigneti, ma i contadini del posto preferiscono
mantenere viva questa tradizione ereditata dai loro avi. Così accanto
a piantagioni di melo e filari di vigna si incontrano spesso appezzamenti
di eleganti alberi di noce. Si è puntato ovviamente tutto sulla qualità,
curando particolarmente il ciclo di lavorazione, in modo che non vi siano
elementi che possano cedere sapori e odori estranei tali da alterare la
genuinità del prodotto. La raccolta
inizia nella seconda metà di settembre e viene eseguita
a mano. Segue il lavaggio con acqua corrente
e quindi l'essicazione naturale, su graticci
sistemati in genere nelle soffitte delle vecchie case.
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| Boschetto di noci e vigneti nella
campagna del Bleggio, nei pressi di Tignerone (foto Agh) |
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| Il mallo verde con la noce all'interno
(foto Agh)
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Noce del Bleggio (foto Agh) |
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| Un boschetto curatissimo di alberi
di noce (foto Agh) |
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Alberi di noce con i vigneti sullo
sfondo (foto Agh)
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| Il mallo verde con la noce (foto Agh) |
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Dalla noce del Bleggio un favoloso nocino (foto Agh) |
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| La campagna nel Bleggio: alberi di
noce e vigneti (foto Agh) |
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| Luciano Da Canal con Giannino Brenna
(foto Agh) |
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Le
patate
Poco distante dall'appezzamento di noci in cui abbiamo fatto le riprese
(fraz. di Madice), ferve la raccolta delle patate,
un altro prodotto di notevole pregio, tipico della zona. Ne parliamo con
Giannino Brenna, titolare dell'azienda agricola Palù, a conduzione
famigliare, aiutato dalla moglie e dai tre figli. "I nostri sono campi
un po' difficili rispetto alla pianura, con rese inferiori: sono piccoli
appezzamenti, non sempre in piano, talvolta un po' sassosi: le patate non
saranno forse perfette come forma, ma il gusto non si discute, è
eccezionale. Anche le patate di Giannino Brenna sono coltivate secondo un
protocollo di autodisciplina che gli agricoltori
del Trentino, in collaborazione con l’Istituto
Agrario di S. Michele all'Adige e la Provincia
Autonoma di Trento, già da diversi anni hanno adottato per ricercare
e garantire al consumatore la migliore qualità. Tra le norme del
protocollo, ad esempio, la limitazione degli interventi
di concimazione e difesa più agronomica
che chimica, l'obbligo della rotazione dei terreni,
il quaderno di campagna per la cronistoria
delle coltivazioni, il controllo delle colture in campo da parte di una
commissione appositamente istituita.
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| La raccolta delle patate (foto Agh) |
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Donne al lavoro nei campi (foto Agh) |
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| Giannino Brenna, agricoltore (foto Agh) |
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Patate appena raccolte (foto Agh) |
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| Una bella legnaia all'aperto (foto Agh) |
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| Confezione di "Montagnine"
(foto Agh)
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| Nel magazzino della cooperativa Copag (foto Agh) |
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COPAG - Cooperativa Produttori Agricoli Giudicariesi
A Dasindo di Lomaso visitiamo la sede della Copag,
la Cooperativa Produttori Agricoli Giudicariesi. Costituita nel 1977 da
25 agricoltori, e subito allargata a tutte le forze agricole della valle,
ha raccolto e unificato l’eredità di altre piccole realtà
dei singoli comuni della conca delle Giudicarie, ai piedi del Parco
Naturale Adamello Brenta.
Sono coltivate le vecchie e tradizionali varietà
di montagna: nonostante la veneranda età di quasi un secolo
hanno, proprio per questo, un gusto che solo alcune delle nuove generazioni
varietali riescono ad avvicinare. Accanto alle patate tradizionali la Copag
ha sperimentato alcune varietà, anche di recente costituzione, ponendo
come prima caratteristica non già la perfezione esteriore, ma sempre
l’adattabilità ai terreni di montagna e soprattutto il gusto
per il consumatore. La patata trentina di montagna è conservata
al naturale, ovvero NON subisce quei trattamenti chimici, peraltro
autorizzati dalla legge, in grado di bloccare la germogliazione per consentire
un più lungo periodo di commercializzazione. E la differenza si sente
tutta nel gusto! Attualmente la Cooperativa è formata da un centinaio
di soci; gli impianti di lavorazione e confezionamento sono costantemente
aggiornati con le nuove tecnologie, che permettono la massima cura del prodotto.
Le patate ed altri prodotti delle Giudicarie sono protagonisti di un progetto
di valorizzazione complessiva del territorio
che vede nella Strada
del Vino e dei Sapori -“Dal Lago di Garda alle Dolomiti di Brenta”-
un nuovo modo di fare agricoltura, valorizzandolo e sposandolo con il turismo.
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| Remo Maffei, direttore Copag (foto Agh) |
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| Patate "Le montagnine" (foto Agh)
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La patata in Trentino
In Trentino, la patata fa la sua comparsa ufficiale all'inizio dell’800
ed in più occasioni si è dimostrata un prezioso alleato nei
momenti difficili della prima e seconda guerra mondiale. Il binomio patata
e guerra è, infatti, una costante.
Già dalla guerra dei Sette Anni (1756-1763) se ne conosceva il buon
valore nutritivo e, in un periodo di guerre continue, essa era fondamentale
nelle scorte alimentari. La patata ebbe una tale importanza che la guerra
di successione bavarese (1778-1779) fu detta anche Kartoffelkrieg
(guerra delle patate) in quanto gli eserciti, affamati e prostrati da mesi
di campagna militare infruttuosa, presero a battersi non più per
le motivazioni dinastiche che erano all'origine del conflitto, bensì
per il possesso di territori coltivati a patate.
Una parte dell'attuale Trentino faceva parte dell'Impero
Austro-Ungarico, pertanto la patata iniziò ad essere coltivata
estesamente proprio in occasione della Prima Guerra Mondiale, particolarmente
in Val Giudicarie. La patata da consumo e da seme divenne una delle principali
colture e, benché abbia subìto alti e bassi nelle rese, è
rimasta punto di riferimento per la produzione agroalimentare giudicariese
fino ai giorni nostri.
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| Luciano esamina le prelibate patate
di Giannino Brenna (foto Agh) |
La vendemmia
Nei pressi di Tignerone visitiamo dei bellissimi
vigneti le cui uve sono conferite alla Cantina
Toblino. Uno di questi è coltivato con vitigno Kerner.
E' un incrocio fra le uve Riesling renano e Trollinger (Schiava), creato
da Herold nel 1929 nella stazione sperimentale di Weinsberg nel Wurttemberg,
in Germania. La Valle dei Laghi e le Valli
adiacenti al Gruppo del Brenta (Giudicarie)
sono tra le zone del Trentino più vocate per la coltivazione di questo
vitigno. E’ prodotto con le uve dei propri vigneti, ubicati in terreni
collinari e di montagna a 400-700 metri sul livello del mare, con esposizione
est, sud-est: è un vino decisamente interessante e particolare. Il
sistema di coltivazione è il Guyot
con una densità di impianto di 5-6.000 ceppi per ettaro. La raccolta
viene effettuata a fine settembre-inizio ottobre a cui segue la tradizionale
vinificazione in bianco con macerazione a freddo della buccia per 12 ore
a temperatura di 8-10° C., illimpidimento statico per 24 ore e fermentazione
a temperatura controllata di 14-16 °C. La gradazione alcolica è
di 13 % vol., il colore giallo paglierino carico con tonalità verdoline.
Il profumo è caratteristico, con note aromatiche, fruttato con un
fine bouquet. Il sapore è discretamente strutturato, secco, fresco,
con sottofondo aromatico, tipico. E' un vino che va bevuto giovane, entro
due anni dalla vendemmia.
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| Vigneti sopra la frazione di Cilla (foto Agh)
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Un grappolo di uva "Kerner"
(foto Agh) |
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| Fantastico filare di Rebo
(foto Agh) |
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Luca Calliari, socio della Cantina Toblino (foto Agh) |
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| Luca Calliari, Carlo Filiberto Bleggi
e Luigi Gusmerotti in un vigneto di Kerner (foto Agh) |
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| Merenda rustica sotto la vigna (foto Agh) |
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Dell'ottimo Kerner con salumi (foto Agh) |
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| I soci della cantina in attesa di
conferire l'uva |
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| Gianantonio Pombeni, direttore Cantina
Toblino |
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Cantina
Toblino
Non poteva mancare ovviamente una visita alla Cantina
Toblino, nostro sponsor, che in questo periodo di vendemmia concretizza
il lavoro, proprio e dei soci, di un intero anno. Nel piazzale si susseguono
senza sosta i trattori che portano le uve appena raccolte. Ci intratteniamo
brevemente con Flavio Pedrotti: con la figlia Beatrice ha una azienda agricola
a Masi di Cavedine. "Per noi piccoli produttori la Cantina Toblino
è un manna" dice Pedrotti. "Ci dobbiamo solo preoccupare
della vigna e tirar su l'uva come Dio comanda, a tutto il resto pensa la
Cantina. Abbiamo un'ottima remunerazione e poi il direttore è una
persona veramente in gamba". Sentiamo allora anche il direttore, Gianantonio
Pombeni. "La vendemmia di quest’anno si può considerare
buona e ricca di soddisfazioni. Attualmente stiamo terminando la vinificazione
delle uve Chardonnay , Pinot
Nero e Pinot Grigio, poi toccherà
al Müller Thürgau e quindi ai
vini rossi. In cantina abbiamo delle grosse novità, degli importanti
aggiornamenti tecnologici: una nuova stazione
multi-parametrica collocata alla pesa che misura la concentrazione
zuccherina, il "ph", l’acidità e l’intensità
colorante delle uve conferite dai soci. Quindi una macchina per lo scarico
e il lavaggio dei "bins" (i cassoni
utilizzati per il conferimento) poiché intendiamo incrementarne l'uso
in quanto l'uva con questo sistema si danneggia il meno possibile e ci permette
una migliore selezione. Infine abbiamo una nuovissima pressa
pneumatica: pensiamo di essere tra i pochi ad averla, almeno fra
le aziende con dimensioni come la nostra. Questa pressa pigia l'uva in assenza
di aria ed ha il grande vantaggio di mantenere
al meglio gli aromi ed i profumi".
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| Flavio Pedrotti ha un'azienda agricola
a Cavedine |
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La modernissima pressa pneumatica
(foto Agh)
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| Con una bella "conferitrice"
(foto Agh)
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| "Don Pedro" nel centro
commerciale di Ponte Arche |
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A tavola al ristorante "Don Pedro"
Con un clamoroso ritardo sulla tabella di marcia arriviamo al ristorante
Don Pedro a Ponte Arche, a pochi passi
dalle Terme di Comano, dove siamo attesi per pranzo. Il titolare e chef,
Ferruccio Santoni, ci accoglie con squisita gentilezza e ci prepara un pranzetto
coi fiocchi a base di prodotti tipici. La fame sarà stata anche spaventosa
ma abbiamo "spazzolato" tutto con gran gusto, per la precisione:
antipasto di carne salada in carpaccio
con scaglie di grana trentino, noci
del Bleggio e salsa al rafano; risotto
al mirtillo con il formaggio nostrano di
Fiavé, tagliatelle allo speck
della Val Rendena e funghi porcini come
primi: per secondo arrosto di vitello al
forno con Vino
Santo della Valle dei Laghi con un piccolo tortello
di patate del Lomaso. Il tutto accompagnato dai vini della Cantina
Toblino. Per il dolce una meringa fatta in casa
con frutti di bosco, e yogurt mantecato al gelato
con salsa alle fragole. Don Pedro, un ristorante da provare!
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| Una delle sale del ristorante (foto Agh) |
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Ferruccio Santoni, chef del "Don
Pedro" (foto Agh)
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| Antipasto di carne salada in carpaccio (foto Agh)
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Kerner
della Cantina Toblino (foto Agh) |
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| Cabernet
della Cantina Toblino (foto Agh) |
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Tagliatelle allo speck e risotto al mirtillo
(foto Agh)
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| Tortello di patate e arrosto di vitello
(foto Agh)
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Meringa fatta in casa con frutti
di bosco (foto Agh) |
Don Pedro
Vai Cesare Battisti 26
Ponte Arche - Terme di Comano
tel. 0465 / 702041 |
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| Nello studio di Gianluigi Rocca (foto Agh) |
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| Lo studio di Gianluigi Rocca a Moline (foto Agh) |
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Gianluigi Rocca, artista e malgaro
A qualche chilometro da San Lorenzo in Banale,
ci inoltriamo in un'incantevole e sperduta valletta: nei pressi di un ponte
in pietra su un torrente sorge un gruppetto di casupole: è la frazione
di Moline, che prende il nome dagli antichi
mulini che vi sorgevano un tempo. Qui ha il suo studio, e rifugio, Gianluigi
Rocca. Affabile e gentilissimo, ci conduce in una vecchia casa di
pietra, dove disegna in tranquillità assoluta le sue opere. Gianluigi
Rocca è nato nel settembre del 1957 in queste zone, a Larido di Bleggio.
Figlio di un contadino emigrato poi nella Svizzera tedesca, trascorre un’infanzia
solitaria dedicandosi ancor giovanissimo, con una spiccata e naturale attitudine,
all’esercizio della pittura e al
disegno. Frequenta l’Istituto
d’Arte di Trento. Dopo la scuola, trascorre un periodo di un
anno e mezzo facendo il pastore, poi il
manovale e il taglialegna, prima di trasferirsi a Milano, dove nel 1975
si iscrive all’Accademia di Belle Arti di
Brera. Nella città lombarda si guadagna da vivere disegnando
vetrate artistiche presso la bottega dei maestri vetrai Lindo e Alessandro
Grassi. D’estate, in Trentino, lavora come guardiano
di vacche nelle malghe delle montagne del Brenta e dell’Adamello,
lavoro che eserciterà in seguito per altri vent’anni. Nel 1979
termina l’Accademia con una tesi sul pittore Karl
Plattner. A Parigi frequenterà successivamente lo studio dell’Artista
altoatesino durante un soggiorno di alcuni mesi tra l’inverno e la
primavera 1981-82. Conclusa la stagione dell’Accademia si ritira a
dipingere nel silenzio della frazione semiabbandonata di Moline, nel comune
di San Lorenzo in Banale.
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| Gianluigi Rocca nel suo studio a
Moline (foto Agh) |
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| Un momento dell'intervista (foto Agh) |
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Gli strumenti di lavoro: le matite
colorate (foto Agh)
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| Un angolo dello studio di Rocca |
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(foto Agh) |
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| (foto Agh) |
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(foto Agh) |
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| La frazione semiabbandonata di Moline
(foto Agh)
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| Gianluigi Rocca (foto Agh) |
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Dopo alcune mostre negli anni ’80, sceglie definitivamente la via
di una solitudine artistica, lontano dalle luci del sistema e dal mondo
dell’Arte. Compie numerosi viaggi in Provenza, soggiorna a Les Saintes
Maries de la Mer nella Camargue, dove vive un periodo tra i gitani. Verso
la fine del 1984 si dedica al ciclo dei “Fuochi”, un’operazione
artistica ripetuta sistematicamente ogni 7 anni, dove vengono distrutte
con il fuoco un certo numero di opere. Nel 1985 inizia ad insegnare all’Accademia
di Brera come assistente di tecniche dell’incisione, alla cattedra
di Luigi Fersini. Sul finire degli anni 80 si dedica alla xilografia dopo
un incontro con il maestro Remo WoIf, con
il quale instaura un rapporto di amicizia. Nel 1991 fonda il Gruppo di Ricerca
Popolare “GALIUM” con il quale realizza il Museo
Della Civiltà Pastorale Giudicariese. Si occupa di fotografia.
In questo ultimo periodo approfondisce la sua ricerca nel campo del disegno,
con una tecnica rigorosa e raffinata (matite colorate) che in certi quadri
somiglia quasi a delle pitture acriliche. I temi prevalenti sono gli oggetti
di uso quotidiano, come tazze, pentole, mestoli, imbuti, paioli, piatti,
stoviglie, fagotti di tessuto, oggetti che hanno probabilmente segnato la
sua infanzia e forse la sua solitudine, disegnati con una perfezione al
limite dell'iperrealismo e che però risplendono di una luce sontuosa
e quasi metafisica. Sono oggetti apparentemente inerti, disposti in bell'ordine,
consunti dall'uso, e tuttavia "vivi", che ci ricordano e ci parlano
di una presenza umana che non c'è più. Gianluigi Rocca è
stato protagonista del film "Il Guardiano
dei segni" di Renato Morelli, premiato al 50° Filmfestival
della montagna di Trento (2002) con una menzione speciale dalla giuria
«per la finezza e l’intensità con cui l’autore
racconta la ricerca di un difficile, ma possibile, equilibrio tra i ritmi
metropolitani del lavoro e la libertà assoluta a contatto con la
natura...».
Vinoteca Antica Italia
Concludiamo la nostra giornata con un brindisi nella bella Vinoteca
Antica Italia a Ponte Arche. Situata nel centro del paese presso
l'Hotel Antica Italia, ripropone tutta
l'atmosfera e l'ospitalità della gente trentina. Al banco le due
belle e simpatiche Barbara e Marianna, offrono la possibilità di
degustare oltre 350 vini in carta, in abbinamento coi prodotti
tipici trentini alla cui selezione ha contribuito
Slow Food: taglieri di affettati e formaggi
scelti, secondo il ciclo stagionale,
come il Ciampedèl di Fassa, la Spressa della Val Rendena, il formaggio
Vezzena, la Ciuìga del Banale eccetera. Nei prossimi mesi di ottobre
e novembre son previsti corsi di "master
food" (carne e vino) organizzati da Slow
Food. La vinoteca Antica Italia è aperta tutti i giorni, tranne
il lunedì, dalle 17 alle 2.00, con musica dal vivo (piano bar).
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| Vinoteca Antica italia (foto Agh) |
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Degustazione di prodotti tipici (foto Agh) |
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| Con Paolo Ciurletti di Forhotel
(foto Agh) |
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Barbara e Marianna (foto Agh) |
Vinoteca antica Italia
c/o Hotel Antica Italia
Via Marconi 2, fraz. Ponte Arche (Bleggio Inferiore) 38077
Tel. 0465 / 701055 - fax: 0465 / 702456
anticaitalia@virgilio.it
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La Spressa delle Giudicarie
diventa "DOP"
La Spressa delle Giudicarie, uno dei più
antichi formaggi della montagna alpina, è diventata "Dop".
La produzione di questo formaggio può infatti fregiarsi dell’iscrizione
nel Registro delle Denominazioni di Origine Protetta,
che ne tutela la qualità all’interno dei confini nazionali
e dell’Europa. La specificità della Spressa delle Giudicarie
deriva principalmente dalle condizioni socio-economiche, storiche e geografiche
della zona di produzione, un tempo caratterizzata da una grande povertà,
un territorio montano ed un’economia basata principalmente sull’agricoltura
e sull’allevamento. In passato la Spressa era sostanzialmente
un prodotto “residuale”; i contadini e i casari cercavano di
ricavare dal latte la maggiore quantità possibile di burro, ben pagato
dal mercato locale. Ciò che rimaneva era utilizzato per la produzione
di un formaggio povero, il cui consumo era riservato quasi esclusivamente
alla famiglia del contadino. Il suo nome deriva probabilmente da “spress”,
massa spremuta, a causa della particolare tecnica di produzione basata,
appunto, su numerosi processi di scrematura. Oggi la DOP “Spressa
delle Giudicarie” non è più magrissima come un tempo,
perché non sarebbe più gradita dal consumatore, ma è
pur sempre un formaggio a basso contenuto di grassi.
I primi riferimenti storici risalgono a tempi molto antichi, come dimostra
la “Regola di Spinale e Manez” del 1249. Più recentemente
i richiami a questo formaggio si rintracciano nell’”Urbario”
di Marini, nel quale, per gli anni 1915 e 1916, viene riportata la “Spressa
da polenta” come formaggio tipico. “Oggi – spiega Flavio
Masè, presidente del Consorzio volontario per la tutela del formaggio
DOP “Spressa delle Giudicarie” – la situazione è
in parte cambiata perché sono state introdotte attrezzature moderne
che garantiscono il rispetto delle attuali norme igienico-sanitarie, ma
è rimasta invariata l’attenzione e la cura che si mette nella
produzione del formaggio. Anche le procedure e le metodiche di produzione,
pur con i necessari adeguamenti tecnologici, sono rimaste rigorosamente
quelle di un tempo”. L’utilizzo di solo latte
crudo consente la produzione di un formaggio genuino, con aromi,
profumi e sapori che sono caratteristici e derivano principalmente dal fieno
locale utilizzato. La zona di produzione delimitata coincide con le valli
Giudicarie e la Val di Ledro. E'
prodotta nel caseificio di Pinzolo, ma vi sono anche dei piccoli produttori
locali che inizieranno a produrla, nel più assoluto rispetto degli
elevati standard qualitativi che la denominazione di origine protetta impone
per la tutela non solo del consumatore, ma anche dell’eccellenza di
questo prodotto tipico.
la
scheda tecnica
Il
caseificio e l'agritur
Il
territorio
La
storia
Malghe
masi e musei
testi e foto di
Alessandro Ghezzer
(Agh)
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| Plastigrafia delle Giudicarie |
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