La fucina delle brocche di ledro
I celebri chiodaioli ledrensi dall'800 fino all'avvento (fatale) delle suole in gomma
Girovagando in Trentino
 
Rinaldo Varesco nel suo museo etnografico a Bellamonte (Valle di Fiemme) mostra una serie di vecchi scarponi con le brocche (foto Agh)

Non tutti sanno che la Val di Ledro fu nei tempi passati la "patria" delle brocche, cioè quei speciali chiodi da applicare alle suole delle calzature. In valle c'erano moltissimi artigiani specializzati in questa attività, chiamati chiodaioli. Prima del 1914 le brocche avevano largo smercio nelle zone alpine, nel Tirolo, nell’Impero austro-ungarico e perfino in Baviera. Le brocche erano impiegate per chiodare le suole delle scarpe e degli scarponi da montagna e la richiesta più consistente era ovviamente per l’esercito.

 
Scarpe da lavoro e da montagna (foto Agh)  
 
Forme in legno per scarpe (foto Agh)  
Le brocche

La lavorazione delle brocche si affermò soprattutto nella bassa valle di Ledro: Molina e Prè ne divennero i centri e ben presto nacque il problema dell’organizzazione del lavoro e della vendita. Negli ultimi decenni dell’800, l’attività delle brocche era andata sviluppandosi di anno in anno e vi fu chi approfittando della mancanza di una organizzazione in difesa del lavoro dei chiodaioli, ne trasse vantaggi personali rendendo scarso il profitto di chi produceva. Negli stessi anni però anche in Trentino stavano affermandosi movimenti cooperativistici promossi da sacerdoti o da movimenti spontanei di lavoratori, produttori e consumatori. Nacquero allora le prime Casse Rurali, dette anche il "Banco", le Cooperative di consumo, i Consorzi, le Aziende a base sociale, le Cooperative edili ed artigiane. Il Cooperativismo trovò ovunque promotori e validi sostenitori anche in Valle di Ledro, accanto ai "Banchi", alle Cooperative di consumo, si affiancarono la Cooperativa broccami di Molina di Ledro e la Cooperativa broccami di Prè. Non possiamo qui dimenticare che il promotore di molte iniziative di associazionismo fu per Molina un illuminato sacerdote, Lucillo Sartori di Pieve, che promosse la fondazione dell’Asilo (1893), il Banco detto la Vigiliana (1894), tramite il quale fu fondata la Cooperativa Broccami (1898) e la Cooperativa di consumo (1895). Queste iniziative permisero ai chiodaioli di rendersi indipendenti dallo sfruttamento dei privati.

Interno di un vecchio maso (foto Agh, museo etnografico di Rinaldo Varesco)

 
Scarponi da montagna in cuoio (foto Agh)  
 
Vecchie scarpe (foto Agh)  
 
Forme (foto Agh)  
In Prè la Cooperativa Broccami sorse per iniziativa degli stessi chiodaioli, ebbe un suo Statuto, una direzione di cui Giacomo Bastianelli fu il primo presidente. Nel 1896, un privato, Giuseppe Casari fondò la Ditta Casari - Fabbrica di broccami a mano e ferramenta - in Molina, che ebbe anche una "fusina" (fucina) propria ed a cui affluivano numerosi chiodaioli non associati nelle cooperative. La Ditta Casari incentivò il commercio e la vendita delle cosiddette "brocche a zappa" ed ebbe negli anni una larga espansione a Molina ed a Riva per opera dei nipoti. Al sabato nelle cooperative e presso il Casari, affluivano i chiodaioli a "smierar" (contar per mille) portando il lavoro della settimana e acquistando il ferro ed il carbone per la settimana successiva. La differenza sul valore delle brocche e la fornitura del ferro e del carbone veniva pagata in contanti. La prima guerra mondiale vide la chiusura delle fucine a seguito dell’esodo dell’intera popolazione della Valle di Ledro verso la Boemia. In seguito a ciò venne a mancare all’esercito austriaco la fornitura delle brocche. Grazie all’interessamento di don Gerolamo Viviani, parroco di Molina, anch’egli esiliato a Mies in Boemia, fu possibile convincere Vienna dell’opportunità di riprendere in Boemia la fabbricazione delle brocche con i chiodaioli ledrensi, che però, si trovavano al fronte. Il Governo di Vienna concesse il richiamo dal fronte di molti chiodaioli e fece costruire nuove fucine in baracche a St. Pölten. Per molti la guerra finì lì ! Ritornati i Ledrensi ai loro paesi semidistrutti dalla guerra, ben presto le "fusine" vennero riattivate, le Cooperative broccami di Molina e di Prè, oltre al negozio di ferramenta Giuseppe Casari, ripresero l’attività commerciale soprattutto ora verso le regioni italiane, ma non mancarono i vecchi clienti dell’ex impero austro-ungarico.

Nei tempi di strettezze del dopoguerra, tornarono nelle famiglie i frutti di un faticoso lavoro che vedeva i chiodaioli, dalla prime ore del mattino fin dopo il tramonto, impegnati e chini sugli incudini a battere la "verzela" arroventata e ricavarne con precisi colpi di martello centinaia di brocche a zappa. Erano soldi sudati, che integrati da una povera agricoltura affidata alle donne ed agli anziani, permettevano qualche risparmio. Negli anni della grande crisi (1925-1935), la lavorazione delle brocche fu l’unica risorsa per la bassa valle, ciò spinse anche i paesi della media ed alta valle ad industriarsi per fabbricare le brocche.Con le guerre d’Abissinia, di Spagna, con l’avvicinarsi della II guerra mondiale, la richiesta di brocche da parte dell’esercito si fece pressante ed urgente e la Valle di Ledro era l’unica dove si fabbricavano brocche per scarponi.

Attrezzatura da calzolaio (foto Agh, museo etnografico di Rinaldo Varesco)

I chiodaioli raddoppiarono di numero, il lavoro si intensificò per soddisfare la continua e forte domanda di brocche. Anche a Biacesa in quegli anni per iniziativa di un gruppo di ex chiodaioli di St. Pölten, venne costruita una fucina per una ventina di operai che si avvicendavano attorno a quattro fuochi. Per alcuni chiodaioli ci furono esoneri e licenze dal militare per dedicarsi alla fabbricazione delle brocche ed anche i Tedeschi dopo l’8 settembre 1943 tennero in grande considerazione l’industria dei chiodi per fornire il loro esercito, tanto che parecchi furono i chiodaioli esonerati dal lavoro della organizzazione tedesca TODT per continuare la loro attività con un minimo di 800 brocche al giorno. Nel dopoguerra l’arrivo delle suole di gomma a sostituire il cuoio e le brocche fece sì che i chiodaioli si trovassero ben presto senza lavoro.

Le Cooperative broccami chiusero i battenti, si smantellarono le fucine riadattandole a fienili ed ad abitazioni, cessò e scomparve in Valle un artigianato che per anni fu una delle più importanti entrate per le famiglie ledrensi.

(fonte da "Ferriere, Fucine e Brocche in Val di Ledro" di Vittorio Grazioli)

(foto Agh)

Il museo etnografico di Rinaldo Varesco a Bellamonte (Valle di Fiemme)
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