| A caccia del Raponzolo Cercando il mitico "raponzolo delle rocce" nelle Dolomiti di Brenta - 2/09/2004 |
APT
Trento, Monte Bondone, Valle dei Laghi 38100 Trento (Italy) via Manci 2 tel. 0461 / 216000 www.apt.trento.it |
Forse non tutti sanno che nel Trentino esistono ben 63 specie di orchidee, cioè circa la metà di quelle che crescono sull'intero territorio nazionale. Questa enorme ricchezza floristica si deve alla grande varietà di ambienti e microclimici, che vanno da quello tipicamente mediterraneo a quello prettamente alpino. Un vero paradiso per gli amanti dei fiori che, in un territorio relativamente ristretto, possono incontrare migliaia di specie differenti.
Questa particolarità del Trentino ci offre il destro per proporre, una volta tanto, un modo diverso di andare in montagna: non "a caccia di cime" ma di fiori, fiori rari. Per questo abbiamo scelto una specie endemica che cresce solo sulle nostre Alpi, tra giugno ed agosto: il fantastico raponzolo delle rocce. Beninteso si tratta di una specie protetta e, come per tutti gli altri fiori di montagna non va mai, per nessuna ragione, strappato (orrore!!!) dal luogo in cui vive. Lasciamolo crescere in pace nel suo ambiente, ammirandolo quando avremo la fortuna e il previlegio di incontrarlo.
Confessiamo di essere andati in montagna, per anni, come dei ciechi. Di tutte le meraviglie della natura vedevamo solo una piccola parte: le cime, i paesaggi, i laghi e quasi nient'altro. Un universo straordinario era ai nostri piedi e non lo sapevamo: i fiori! Ma sì, qualche volta capitava di vedere quelli più noti: la stella alpina, la negritella (sapevate che è un'orchidea?), la genziana eccetera. Ma su tutto il resto regnava il buio. Quante volte sarà capitato di passare davanti a fiori meravigliosi senza neanche vederli, magari calpestandoli? Poco alla volta, un po' per caso e forse anche complice l'età, che ha rallentato parecchio l'andatura permettendoci finalmente di guardarci in giro, abbiamo iniziato ad ossevare meglio il sorprendente mondo dei fiori. Grazie anche ad una macchina fotografica digitale con un buon oviettivo macro, come la Canon G3, un universo sconosciuto si è aperto gradualmente ai nostri occhi. Oggi le nostre escursioni sui monti durano un'eternità rispetto alla tempistica delle tabelle, perché spesso ci fermiamo ad osservare un nuovo fiore, a fotografarlo, a studiarlo. Poi a casa guardiamo le foto ingrandite sul monitor, scopriamo nuovi particolari, cercando di identificare la specie con l'aiuto dei libri. Non sempre è un lavoro agevole, ma forse è proprio questo il bello, perché si tratta di una scoperta continua. Da quando abbiamo scoperto i fiori le gite sono più belle e interessanti, perché non andiamo in giro di corsa col paraocchi, ma impariamo a conoscere e ad apprezzare la natura meravigliosa che ci circonda.
Dunque ci era giunta segnalazione che nei pressi di Bocca di Inferni, a sud est del Lago di Tovel, erano stati osservati parecchi anni fa alcuni esemplari di Raponzolo delle Rocce (Physoplexis comosa), un fiore assai raro che cresce solo nell'arco alpino, sul calcare, nella zona che va grosso modo dal Lago di Como alla Carinzia. E' una specie molto antica, è infatti l'unico rappresentante del genere physoplexis. Per questo motivo è considerata una delle più tipiche specie relitte del periodo terziario (preglaciale). Cresce fino a 2000 metri e predilige i versanti rocciosi umidi, le cenge, le piccole gole riparate e le fessure verticali. E' una pianta campanulacea con corolle tubulose rosa-lillà che si rigonfiano nella parte inferiore e si restringono verso l'alto in uno stretto tubicino, dal quale fuoriescono gli stimmi biforcuti. Per le sue lunghe protuberanze ad "artiglio", viene chiamato in tedesco "Teufelskralle" ovvero "artiglio del diavolo". Detto fatto, ci siamo messi in testa di andare a caccia del raponzolo.
Splendido percorso ad anello di circa 16 km in una zona delle Dolomiti di Brenta decisamente poco frequentata e selvaggia, sulle montagne a sud del Lago di Tovel. Le difficoltà sono pressoché nulle, serve la solita buona gamba, un paio di robusti scarponi, una mappa 1:25.000 (Kompass 688) e un discreto senso di orientamento. Il tratto da Bocca di Inferni verso Bocca Valscura è segnato come "tracce" sulla Kompass, mentre nella realtà il sentiero è abbastanza ben segnato coi soliti segni bianco/rosso. Il percorso comunque è piuttosto intuitivo, perché invece di scendere a Malga Campa si tiene in costa, alzandosi gradualmente in direzione della Bocca di Val Strangola. Scendendo la Val Scura si ha una grandiosa vista sulla valle di S. Maria Flavona e quindi sul Lago di Tovel.
Da Trento andiamo verso nord fino a S.Michele, dove imbocchiamo la Val di Non e quindi, in circa 25 km, raggiungiamo il paese di Cunevo. Di qui prendiamo la lunga strada forestale asfaltata, sempre aperta, che porta a Malga Arza a m 1507. Circa 1 km prima della malga c'è il divieto di transito, lasciamo l'auto in un comodo parcheggio. Malga Arza è in una bellissima e ampia radura con bei pascoli zeppi di fiori. Prendiamo il segnavia 330 in direzione di Malga Termoncello, quindi dopo circa 3 km incontriamo il bivio, segnavia 370, per Malga Loverdina m 1771, con bella vista panoramica sulla vallata. Un chilometro dopo entriamo in una piccola valletta chiamata Val d'Inferno che, a dispetto del nome, non ha nulla di infernale, anzi. L'altimetro segna circa 2000 metri di quota, potrebbe essere il posto giusto per il raponzolo. Osserviamo la rocciosa parete verticale sud est della Loverdina, siamo incuriositi da una grande cengia in alto e da una grotta: forse là possiamo trovare qualcosa di interessante. Abbandoniamo il sentiero e attraversiamo faticosamente una distesa, per fortuna breve, di mughi, per risalire il ghiaione sotto la parete. Raggiungiamo la base della parete e quindi la cengia con la grotta, che però non ha nulla di speciale: in compenso, a pochi metri di distanza, troviamo l'imbocco di una grotta che appare assai più interessante, sul frontespizio c'è la scritta "G.S.T. 08/03". Potrebbe essere "gruppo speleologico di Tuenno o di Trento", non sappiamo. L'entrata però è un budello strettissimo e quindi rinunciamo subito a qualsiasi ulteriore esplorazione. Torniamo sui nostri passi e cominciamo ad esplorare la base della parete, risalendo man mano il ghiaione verso Cima Inferni. Scrutiamo ogni anfratto, ogni spaccatura nella roccia: dopo pochi minuti, il miracolo. Vicino ad una grossa stella alpina, circa 5 metri al di sopra delle nostre teste, scorgiamo qualcosa di azzurrino. Sembrerebbero campanule ma... prendiamo febbrilmente il cannocchiale e.. miracolo! E' lui, il raponzolo delle rocce! Un poderoso "urrah" echeggia nelle gole. E' una grande emozione e soddisfazione: pensiamo che se non avessimo abbandonato casualmente il sentiero non l'avremmo mai trovato. Il raponzolo però è troppo in alto per essere fotografato decentemente e poiché non siamo attrezzati per arrampicare ne cerchiamo subito degli altri. Proseguiamo alla base della parete risalendo faticosamente il ghiaione, con pazienza e in un'oretta di tempo ne troviamo altri, circa una decina in tutto, uno più bello dell'altro.
Proseguiamo ora verso Bocca d'Inferni, dove avevamo avuto la segnalazione della presenza del raponzolo: anche qui, affacciati sulla grandiosa Val di Cadin basso, troviamo alcuni esemplari poco a valle del passo, nascosti negli anfratti delle rocce, anche se non così belli come quelli trovati sotto la Loverdina. In basso scorgiamo Malga Campa o Campodenno, sovrastata da Cima Borcola. Pienamente soddisfatti della caccia, risaliamo in costa le tracce di sentiero (segnate in nero tratteggiato sulla carta Kompass) che costeggiano il crinale in direzione di Cima Val Strangola. La giornata non è granché, c'è una nuvolaglia che va e che viene, ma siamo premiati con la visione improvvisa, durante una sosta alla Bocca di Valstrangola, del fantastico Lago di Tovel attraverso uno squarcio nella nebbia. Ci alziamo ancora di quota raggiungendo la soprastante Bocca di Val Scura a m 2376, il punto più alto del nostro itinerario, dove ci si ricongiunge con il segnavia 369. Quindi inizia la lunghissima discesa a rotta di collo , giù per erti ghiaioni della Val Scura, dove abbondano i papaveri alpini e perfino rarissimi esemplari di Tlaspide Rotondifoglia. Scendiamo per circa 3 chilometri fino a quota 1837, a ovest di Cima Prà dell'Asino, dove incontriamo finalmente il sentiero 330 che rientra verso nord est, traversando i ghiaioni della impervia Val Strangola e la Selva di Loverdina, per arrivare nella splendida conca di Malga Termoncello m 1856.
Qui c'è il bivacco "Baita Quetta", di proprietà del Comune di Campodenno, con 2 locali, quello a giorno è sempre aperto. Il dormitorio è chiuso e le chiavi sono disponibili, su richiesta, presso il Comune di Campodenno. Facciamo una sosta per rifiatare, allietati dallo scampanìo della vacche al pascolo alla luce del tramonto, quindi prendiamo il segnavia 330 che ci riporta a Malga Arza.
Tutte le foto su questo sito sono state realizzate con apparecchi fotografici digitali. Non staremo qui a dibattare sull'annosa questione "digitale contro analogico", diciamo solo che i vantaggi del digitale sono enormi. Anzitutto si vede subito il risultato dello scatto, e scusate se è poco! Le foto imperfette o sbagliate possono essere cancellate e ri-scattate a volontà. Uno dei grandi vantaggi del digitale è che si può sperimentare con la massima libertà, a costo zero poiché non c'è pellicola che si consuma: dalle accoppiate tempi e diaframmi alle inquadrature, agli effetti di mosso. Vedere subito il risultato dello scatto ci permette di fare le correzioni sul posto, fino ad ottenere il risultato voluto. Una volta a casa poi, le foto sono scaricate sul computer in pochi minuti, e la visione sul monitor è eccellente, ovviamente molto migliore delle mini stampine su carta e enormemente più pratico che trafficare con schermi e proiettori per diapositive. Le foto digitali si possono manipolare con facilità con i programmi di fotoritocco, possono essere spedite ovunque con la posta elettronica, possono essere viste in "slide-show" (foto in sequenza), masterizzate infine su CD o DVD. Noi utilizziamo con soddisfazione una Canon G3 da 4 MP (mega pixel), con memoria "microdrive" (un mini hard disk) da 1 GB che permette circa 450 scatti alla massima risoluzione. E' un apparecchio robusto e affidabile, con una grande autonomia: con la normale batteria si può scattare tranquillamente per un'intera giornata. Possiede un'ottima ottica luminosa (f. 2.0) con 4 ingrandimenti ed escursione focale 35-140 mm (equivalente 35 mm) e possibilità di fare ottime foto macro. Un vantaggio assolutamente impagabile, specie nelle foto macro, è il display orientabile, che permette di fare foto da angolazioni altrimenti molto difficoltose (pensiamo solo alle foto rasoterra), se non impossibili con gli apparecchi tradizionali. testi e foto di Alessandro Ghezzer (Agh) © Copyright 2001-2009 - E' vietata la riproduzione di testi o foto salvo esplicita autorizzazione - Tutti i diritti riservati / All rights reserved
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