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Luciano
Da Canal
Giugno 1993
Si siede e prima ancora che io apra bocca, assumendo un atteggiamento
confidenziale, esordisce: "Dunque, Giulio Andreotti raccomanda al
suo segretario particolare: "Sono stanchissimo, vado a fare una penichella.
Non voglio essere disturbato da nessuno.
Se mi chiamano, non ci sono per nes-su-no. Capito? Neanche
per il Papa". Dieci minuti dopo il segretario si precipita in stanza.
"Presidente - urla - hanno fatto saltare in aria Falcone". Andreotti
salta su dal letto e, guardando l'orologio, sbotta: "Madonna, ma allora
sono già le cinque!". Lo chiamavano (e continuano a chiamarlo) Luciano
Barzelletta. Per molti è (e lui si inquieta) Luciano Dal Canal. Per l'anagrafe,
invece, è Luciano Da Canal, detto, appunto, Luciano Barzelletta. È difficile
prendere in mano, con lui, il boccino del discorso. Sembra una radio transistor
che, come l'accendi, parla all'istante. Non fa, lui, come le radio d'un
tempo che, una volta accese, dovevano riscaldarsi prima di parlare.
Lui è serio solamente quando c'è da piangere, ma se non c'è da piangere
lui trova sempre motivi per far ridere o sorridere. E, per farlo bene, è
serio e ride poco. "Quando sei nato?", gli chiedo dopo essermi
ricomposto dalla risata. "Il 19 ottobre del '40. Poi, però, è scoppiata
la guerra", risponde al fulmicotone suggerendo l'idea che tra il suo
primo vagito e il rombo dei cannoni ci sia una interdipendenza. E va palpeggiando
il pacchetto di Marlboro con le dita corte e grassocce come quelle dei prelati
che stanno più dietro ad una scrivania che davanti ad un altare. Vorrei
proporgli questo paragone, ma è troppo simpatico.
È simpatico perché senza falsa modestia fa
della sua indubbia notorietà un motivo di grande soddisfazione e non
di superbia. Che tutti lo conoscano, lo salutino, gli diano una pacca
sulle spalle lo rende quasi euforico e sicuro di se stesso. Non superbo.
Non so se, e per pudore non glie l'ho chiesto, qualcuno lo abbia mai pregato
di concedergli un autografo, ma che sia un ambizioso è fuori dubbio.
"Sì che sono ambizioso!, ma non c'è nulla di male ad esserlo -mi
fa con quella sua voce suadente e riposante di cui va orgoglioso e per
la quale viene ripagato in lire sonanti- non sono però un arrivista."
Non è nato con la camicia.
E
nato con la canottiera: della comunicativa. Ha cominciato a lavorare a
quattordici anni perché suo padre, ammalatosi gravemente, non poteva
più, da solo, far sbarcare il lunario alla famiglia di cui lui
era il figlio maggiore. Ha fatto di tutto un po' , sempre allegro, sempre
disponibile, sempre pronto a risolvere i problemi piccoli "ché
quelli grandi si risolvono da soli". C'è del vero in questa
filosofia che, guardandomi con l'aria scanzonata, spiega meglio: "E
meglio risolvere subito i problemucci prima che diventino problemoni.
Con due finalità: hai la capacità di superare i primi e
riduci al minimo i secondi".
Da ragazzino è stato un tecnico delle macchine da scrivere e, allora,
negli uffici dove andava a fare la manutenzione trovava il modo di fare
il buontempone con le impiegate che, all'epoca, indossavano ancora il
grembiule. Ha fatto poi altri mestieri, cercando sempre i lati buoni del
lavoro e mai imprecando alla sfortuna. Anzi, e anche qui aborrisce la
retorica, più che di una adolescenza fatta di sacrifici preferisce parlare
di una vita impegnata ed insieme allegra.
Timido non è mai stato, narciso men che mai. "Mi sentivo il brutto
anatroccolo di fronte ai miei compagni che, fisicamente, vedevo belli
e interessanti. Poi, un giorno, ho capito che per piacere alla gente,
e soprattutto alle donne, bastava che fossi me stesso. E la formula che
ho applicato anche nella mia professione di presentatore". Con il
risultato che non sarà, forse, impeccabile, ma disinvolto quello sì.
Lavorava già da diversi anni quando, a trentotto d'età, grazie ad un'offerta
di Augusto Bleggi (giornalista Rai, all'epoca di Tva) nel 1978 superò
un provino come presentatore. Già allora aveva capito che nella sua personalità
covava tanta cornunicativa e che c'era spazio sia per l'ambizione che
per la voglia di guadagnare due lire in più di quelle del solo stipendio.
Il piacere di lavorare, poi, non gli è mai mancato. Ed infatti, proprio
sul finire degli anni '70, faceva il cantante alla Lanterna Verde, tutte
le sere dalle nove all'una. Poi, alle sette di mattina, prendeva il treno
per Bolzano dove lavorava tutto il giorno. Due anni dopo piantò baracca
e burattini e decise che il suo futuro era nei pollici televisivi. Cita
le sue trasmissioni che ebbero, ora molta, ora meno fortuna, ma che di
lui fecero comunque un volto, il primo volto televisivo dopo quello di
Marcello Voltolini "troppo ingessato e perfezionista rispetto a me
che, molto più giovane, avevo più grinta."
Luciano Da Canal, oltre a saper raccontare bene le barzellette, è anche
un abile e prudente salottiere. In due ore di intervista non ha mai neanche
sfiorato con un frizzo tutti coloro che, in notorietà, gli potrebbero
fare concorrenza. Nei loro confronti non ha nemmeno sbrodolato elogi,
testimonianza di un equilibrio professionale che, alla lunga, evidentemente
paga. Tutto sommato, Luciano Da Canal è un presentatore provincial popolare.
La definizione lo trova consenziente, anche se non entusiasta. Ma tant'è.
La piazza di Trento non chiede e non pretende di più. E se mai Luciano
Da Canal avesse le qualità per approdare su lidi più rinomati finirebbe
nella gattabuia delle critiche, quando andasse bene, o in quella dell'ostentato
dimenticatoio, se andasse male.
Bell'uomo? Altro argomento che non ho avuto il coraggio di affrontare.
Gli piacerebbe un mondo esserlo soltanto e probabilmente per accrescere
la potenzialità della sua seconda (o prima?) professione che è
di agente pubblicitario. "Un giorno Gigi Sebesta mi incontra in via
Mantova e mi dice: "Non ci siamo mai conosciuti di persona, ma devo
dire che lei ha un viso solare." E stato il più bel complimento
che abbia mai ricevuto. Ci tengo a far capire alla gente che sono come
appaio". E sempre elegante o di una buona eleganza sportiva, non
si impegola in discussioni che obiettivamente non può sostenere, anche
perché contraddirebbe la sua natura di uomo che alla dialettica
accademica preferisce lo scambio brillante.
Al salotto borghese predilige una caneva con vino, lucaniche e gente spontanea.
È sposato, felicemente sposato, con una santa donna (e ci infila senza
preavvertire la sentenza di un amico: "te sei fortunà ti che la
sposa l'è 'na santa. La mia, enveze, l'è ancora viva"
e ha due figli ormai in età di matrimonio.Le donne sono un argomento
che non disdegna, ma di cui parla in un gesuitico politichese. Convinto
di coglierlo in un attimo di distrazione lo metto con le spalle al muro.
"Senti, Luciano, è vero che comandare è meglio che
fottere?" In gergo calcistico si potrebbe dire che, per tutta risposta,
mi fa il tunnel: "Non riesco a comandare, è troppo difficile...
preferisco confrontarmi con le persone anziché impormi. Cerco di
mediare..." Rido, e mi rifila la frase lapidaria, d'effetto, improbabile
in un simile personaggio. Dice: "Sai, io odio l'odio".
In effetti, rimango di stucco di fronte a tanta saggezza e lui approfitta
per continuare con gli occhi chiari che ridono dietro gli occhiali dalla
montatura grande e leggera.
"Non porto mai rancore con le persone con cui ho litigato. Diventano,
per quanto mi riguarda, leggere e trasparenti come l'aria. No, non mi
vendico. Piuttosto ignoro." "Senti, Luciano, fingiamo che adesso
squilli il telefono e sia la Fininvest che ti cerca per offrirti un posto
di rilievo". Mi guarda esterrefatto, il suo viso diventa ancora più
quadrato di quello che è. Sembra addirittura che sia offeso o, almeno,
che mi voglia dire che, allora, di lui non ho capito niente. Inarca le
sopracciglia, mi guarda fissamente e assicura: "Meglio testa di lucertola
che coda di leone".
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