SCRIVONO DI LUI
Dal libro "Briscole e scartini" di Giorgio Dal Bosco, Ed. Curcu & Genovese Trento 1999
 

La copertina del libro "Briscole e scartini" di Giorgio Dal Bosco 1999Luciano Da Canal

Giugno 1993

Si siede e prima ancora che io apra bocca, assumendo un atteggiamento confidenziale, esordisce: "Dunque, Giulio Andreotti raccomanda al suo segretario particolare: "Sono stanchissimo, vado a fare una penichella. Non voglio essere disturbato da nessuno.

Se mi chiamano, non ci sono per nes-su-no. Capito? Neanche per il Papa". Dieci minuti dopo il segretario si precipita in stanza. "Presidente - urla - hanno fatto saltare in aria Falcone". Andreotti salta su dal letto e, guardando l'orologio, sbotta: "Madonna, ma allora sono già le cinque!". Lo chiamavano (e continuano a chiamarlo) Luciano Barzelletta. Per molti è (e lui si inquieta) Luciano Dal Canal. Per l'anagrafe, invece, è Luciano Da Canal, detto, appunto, Luciano Barzelletta. È difficile prendere in mano, con lui, il boccino del discorso. Sembra una radio transistor che, come l'accendi, parla all'istante. Non fa, lui, come le radio d'un tempo che, una volta accese, dovevano riscaldarsi prima di parlare.

Lui è serio solamente quando c'è da piangere, ma se non c'è da piangere lui trova sempre motivi per far ridere o sorridere. E, per farlo bene, è serio e ride poco. "Quando sei nato?", gli chiedo dopo essermi ricomposto dalla risata. "Il 19 ottobre del '40. Poi, però, è scoppiata la guerra", risponde al fulmicotone suggerendo l'idea che tra il suo primo vagito e il rombo dei cannoni ci sia una interdipendenza. E va palpeggiando il pacchetto di Marlboro con le dita corte e grassocce come quelle dei prelati che stanno più dietro ad una scrivania che davanti ad un altare. Vorrei proporgli questo paragone, ma è troppo simpatico.

È simpatico perché senza falsa modestia fa della sua indubbia notorietà un motivo di grande soddisfazione e non di superbia. Che tutti lo conoscano, lo salutino, gli diano una pacca sulle spalle lo rende quasi euforico e sicuro di se stesso. Non superbo. Non so se, e per pudore non glie l'ho chiesto, qualcuno lo abbia mai pregato di concedergli un autografo, ma che sia un ambizioso è fuori dubbio. "Sì che sono ambizioso!, ma non c'è nulla di male ad esserlo -mi fa con quella sua voce suadente e riposante di cui va orgoglioso e per la quale viene ripagato in lire sonanti- non sono però un arrivista." Non è nato con la camicia.

E nato con la canottiera: della comunicativa. Ha cominciato a lavorare a quattordici anni perché suo padre, ammalatosi gravemente, non poteva più, da solo, far sbarcare il lunario alla famiglia di cui lui era il figlio maggiore. Ha fatto di tutto un po' , sempre allegro, sempre disponibile, sempre pronto a risolvere i problemi piccoli "ché quelli grandi si risolvono da soli". C'è del vero in questa filosofia che, guardandomi con l'aria scanzonata, spiega meglio: "E meglio risolvere subito i problemucci prima che diventino problemoni. Con due finalità: hai la capacità di superare i primi e riduci al minimo i secondi".

Da ragazzino è stato un tecnico delle macchine da scrivere e, allora, negli uffici dove andava a fare la manutenzione trovava il modo di fare il buontempone con le impiegate che, all'epoca, indossavano ancora il grembiule. Ha fatto poi altri mestieri, cercando sempre i lati buoni del lavoro e mai imprecando alla sfortuna. Anzi, e anche qui aborrisce la retorica, più che di una adolescenza fatta di sacrifici preferisce parlare di una vita impegnata ed insieme allegra.

Timido non è mai stato, narciso men che mai. "Mi sentivo il brutto anatroccolo di fronte ai miei compagni che, fisicamente, vedevo belli e interessanti. Poi, un giorno, ho capito che per piacere alla gente, e soprattutto alle donne, bastava che fossi me stesso. E la formula che ho applicato anche nella mia professione di presentatore". Con il risultato che non sarà, forse, impeccabile, ma disinvolto quello sì. Lavorava già da diversi anni quando, a trentotto d'età, grazie ad un'offerta di Augusto Bleggi (giornalista Rai, all'epoca di Tva) nel 1978 superò un provino come presentatore. Già allora aveva capito che nella sua personalità covava tanta cornunicativa e che c'era spazio sia per l'ambizione che per la voglia di guadagnare due lire in più di quelle del solo stipendio.

Il piacere di lavorare, poi, non gli è mai mancato. Ed infatti, proprio sul finire degli anni '70, faceva il cantante alla Lanterna Verde, tutte le sere dalle nove all'una. Poi, alle sette di mattina, prendeva il treno per Bolzano dove lavorava tutto il giorno. Due anni dopo piantò baracca e burattini e decise che il suo futuro era nei pollici televisivi. Cita le sue trasmissioni che ebbero, ora molta, ora meno fortuna, ma che di lui fecero comunque un volto, il primo volto televisivo dopo quello di Marcello Voltolini "troppo ingessato e perfezionista rispetto a me che, molto più giovane, avevo più grinta."

Luciano Da Canal, oltre a saper raccontare bene le barzellette, è anche un abile e prudente salottiere. In due ore di intervista non ha mai neanche sfiorato con un frizzo tutti coloro che, in notorietà, gli potrebbero fare concorrenza. Nei loro confronti non ha nemmeno sbrodolato elogi, testimonianza di un equilibrio professionale che, alla lunga, evidentemente paga. Tutto sommato, Luciano Da Canal è un presentatore provincial popolare. La definizione lo trova consenziente, anche se non entusiasta. Ma tant'è. La piazza di Trento non chiede e non pretende di più. E se mai Luciano Da Canal avesse le qualità per approdare su lidi più rinomati finirebbe nella gattabuia delle critiche, quando andasse bene, o in quella dell'ostentato dimenticatoio, se andasse male.

Bell'uomo? Altro argomento che non ho avuto il coraggio di affrontare. Gli piacerebbe un mondo esserlo soltanto e probabilmente per accrescere la potenzialità della sua seconda (o prima?) professione che è di agente pubblicitario. "Un giorno Gigi Sebesta mi incontra in via Mantova e mi dice: "Non ci siamo mai conosciuti di persona, ma devo dire che lei ha un viso solare." E stato il più bel complimento che abbia mai ricevuto. Ci tengo a far capire alla gente che sono come appaio". E sempre elegante o di una buona eleganza sportiva, non si impegola in discussioni che obiettivamente non può sostenere, anche perché contraddirebbe la sua natura di uomo che alla dialettica accademica preferisce lo scambio brillante.

Al salotto borghese predilige una caneva con vino, lucaniche e gente spontanea. È sposato, felicemente sposato, con una santa donna (e ci infila senza preavvertire la sentenza di un amico: "te sei fortunà ti che la sposa l'è 'na santa. La mia, enveze, l'è ancora viva" e ha due figli ormai in età di matrimonio.Le donne sono un argomento che non disdegna, ma di cui parla in un gesuitico politichese. Convinto di coglierlo in un attimo di distrazione lo metto con le spalle al muro. "Senti, Luciano, è vero che comandare è meglio che fottere?" In gergo calcistico si potrebbe dire che, per tutta risposta, mi fa il tunnel: "Non riesco a comandare, è troppo difficile... preferisco confrontarmi con le persone anziché impormi. Cerco di mediare..." Rido, e mi rifila la frase lapidaria, d'effetto, improbabile in un simile personaggio. Dice: "Sai, io odio l'odio".

In effetti, rimango di stucco di fronte a tanta saggezza e lui approfitta per continuare con gli occhi chiari che ridono dietro gli occhiali dalla montatura grande e leggera.
"Non porto mai rancore con le persone con cui ho litigato. Diventano, per quanto mi riguarda, leggere e trasparenti come l'aria. No, non mi vendico. Piuttosto ignoro." "Senti, Luciano, fingiamo che adesso squilli il telefono e sia la Fininvest che ti cerca per offrirti un posto di rilievo". Mi guarda esterrefatto, il suo viso diventa ancora più quadrato di quello che è. Sembra addirittura che sia offeso o, almeno, che mi voglia dire che, allora, di lui non ho capito niente. Inarca le sopracciglia, mi guarda fissamente e assicura: "Meglio testa di lucertola che coda di leone".